Cocirio:"Si può essere competitivi e sostenibili. L'azionariato...".

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Cocirio, membro del CDA del Milan, a Il Sole 24 Ore."Nel mondo del calcio ci siamo assuefatti un po’ alla domanda. Si può essere competitivi sportivamente parlando ed essere finanziariamente autosufficienti. Non penso ci siano altri settori in cui le persone si svegliano al mattino e si chiedono: “Possiamo costruire buone infrastrutture e fare soldi?”. Il calcio ha degli incentivi che portano a uno squilibrio finanziario, che sono la qualificazione in Champions League per chi aspira a stare nella parte alta della classifica ed evitare la retrocessione. Ogni giorno nelle squadre di calcio ci saranno conversazioni molto razionali che però portano ad un management team a dire “Spendo di più nella speranza di raggiungere l’obiettivo o evitare la catastrofe”. Si può coniugare competitività sportiva e stabilità finanziaria nel mondo del calcio. Secondo me si può però servono alcuni ingredienti. Innanzitutto ogni tanto le due cose vengono viste come due opposti, in realtà nel medio periodo non possa esserci sostenibilità finanziaria, almeno per una squadra dalle dimensioni e dal blasone del Milan, senza successo sul campo. Il successo sul campo tende a portarsi a traino la sostenibilità finanziaria e non il contrario. Una volta che si instaura questa dinamica poi ci sono meno ostacoli per continuare a mantenere la sostenibilità finanziare e continuare ad avere successo sul campo. Ci sono molti esempi virtuosi in Europa: Bayern Monaco, vediamo tutti come giocano”.

“Azionariato popolare in Italia? Ragioni un po’ storiche. Storicamente i club italiani hanno sempre avuto il grande industriale della città che ha comprato il 100% delle quote e ha gestito il club. I due club milanesi, Lazio e Roma in passato, la Juventus. E questo ha fatto sì, una volta arrivati in un periodo di transizione tra una proprietà familiare a una proprietà più strutturata, come un fondo di investimenti, era più naturale a quel punto lì cedere il controllo dell’azienda piuttosto che andare verso la strada dell’azionariato popolare”.


"Noi competiamo per il talento a livello europeo. Abbiamo fondamentalmente tre linee di ricavi. I diritti TV, lo stadio e il commerciale. Per tornare ad essere competitivi, e quindi per competere per i migliori talenti, bisogna per forza di cose far crescere queste tre linee di ricavo. Parliamo dallo stadio: noi abbiamo uno stadio che è glorioso ma non più in linea con i tempi…”.


“Il progetto stadio continua ad andare avanti, le tempistiche prevedono l’ottenimento dei permessi entro il 2027, con l’obiettivo di completare la costruzione entro il 2031 e quindi in tempo per gli Europei del 2032, che ad oggi l’Italia non sarebbe in grado di ospitare senza una trasformazione di alcuni degli impianti esistenti. Lo stadio è sicuramente una delle leve con cui possiamo provare a chiudere il divario con gli altri grandi club europei. Il Real Madrid fa circa 250 milioni dal mondo stadio, noi e l’Inter siamo intorno agli 80 diciamo. Quella è sicuramente una leva. La storia ci dice che le società che hanno costruito nuovi impianti poi hanno, negli anni successivi, avuto una crescita dei diritti commerciali, perché è un testamento all’ambizione dei club, perché gli sponsor vogliono essere associati a storie di successo, di trasformazione, di infrastrutture nuove. Quello anche aiuterebbe a chiudere il divario. Il terzo punto, sui diritti televisivi, lì sicuramente si deve lavorare sui diritti esteri. Ad oggi la Serie A fa più o meno 250 milioni dai diritti esteri. La Premier League fa 2,6 miliardi, la Liga fa 700 milioni l’anno, la Bundesliga fa più o meno come noi. Lì è dove davvero dobbiamo andare a lavorare per provare a chiudere quel delta. In parte perché abbiamo una diaspora di italiani nel mondo interessati a vedere la Serie A. E poi perché ancora alla Serie A viene riconosciuta ancora un po’ di quella gloria degli anni passati, nonché l’estrema competitività del campionato. Lì credo ci siano margini per crescere. Sta tutto nell’aumentare i ricavi per ridurre quel deficit economico che poi si traduce in deficit sportivo”.


“L’Atletico è una bella storia. Quindici anni fa forse solo chi è appassionato di calcio conosceva la storia dell’Atletico Madrid, forse perché c’erano passati calciatori famosi come Vieri eccetera. Loro hanno fatto un programma molto serio incentrato sulla costruzione del nuovo stadio, da cui hanno instaurato un volano grazie al quale sono diventati poi molto competitivi. L’Atletico, rispetto alle squadre italiane, ha e avrà sempre un vantaggio: in Spagna ci sono due squadre enormi, una squadra grande e poi la quarta è a distanza siderale dalla terza. In Italia non è così. Nel bene e nel male abbiamo tante squadre che competono vicino alla vetta e questo si traduce nel fatto che per poter andare in Champions League in Italia bisogna fare 70 punti. In Spagna probabilmente ne bastano 60. Questo cosa fa? Fa sì che l’Atletico ha la possibilità di programmare a medio termine avendo una discreta certezza di partecipare in Champions League tutti gli anni”.


“Quanto è importante la Champions? Sicuramente la Champions League come sapete porta, ad una squadra come il Milan, dai 60 ai 90 milioni di fatturato. Essere in Champions League è fondamentale. Permette di fare una progettualità diversa nel corso dell’estate, sicuramente più ambiziosa e permette di guardare di più al futuro e non alla gestione dell’anno individuale”.




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kipstar

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certo. Però bisogna essere bravi....altrimenti col cavolo che sei competitivo.
 

Andris

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a Sport Mediaset hanno mostrato il solito inviato smidollato, che fa servizi sul Milan, addrittura in un palazzo storico per conferenza del vice di furlani
ovviamente mai domande sconvenienti...
 
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Cocirio, membro del CDA del Milan, a Il Sole 24 Ore."Nel mondo del calcio ci siamo assuefatti un po’ alla domanda. Si può essere competitivi sportivamente parlando ed essere finanziariamente autosufficienti. Non penso ci siano altri settori in cui le persone si svegliano al mattino e si chiedono: “Possiamo costruire buone infrastrutture e fare soldi?”. Il calcio ha degli incentivi che portano a uno squilibrio finanziario, che sono la qualificazione in Champions League per chi aspira a stare nella parte alta della classifica ed evitare la retrocessione. Ogni giorno nelle squadre di calcio ci saranno conversazioni molto razionali che però portano ad un management team a dire “Spendo di più nella speranza di raggiungere l’obiettivo o evitare la catastrofe”. Si può coniugare competitività sportiva e stabilità finanziaria nel mondo del calcio. Secondo me si può però servono alcuni ingredienti. Innanzitutto ogni tanto le due cose vengono viste come due opposti, in realtà nel medio periodo non possa esserci sostenibilità finanziaria, almeno per una squadra dalle dimensioni e dal blasone del Milan, senza successo sul campo. Il successo sul campo tende a portarsi a traino la sostenibilità finanziaria e non il contrario. Una volta che si instaura questa dinamica poi ci sono meno ostacoli per continuare a mantenere la sostenibilità finanziare e continuare ad avere successo sul campo. Ci sono molti esempi virtuosi in Europa: Bayern Monaco, vediamo tutti come giocano”.
In realtà mi sembra che dica cose condivisibili. Che é anche quello che diciamo qui dentro. Il problema é che nei fatti siamo molto distanti. Sostenibilità senza successo sul campo non ha senso, ed é bene che lo dica anche lui: "Il successo sul campo tende a portarsi a traino la sostenibilità finanziaria e non il contrario."

Per ora il tifoso vorrebbe vedere un successo sul campo, non quarti posti.
 

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Cocirio, membro del CDA del Milan, a Il Sole 24 Ore."Nel mondo del calcio ci siamo assuefatti un po’ alla domanda. Si può essere competitivi sportivamente parlando ed essere finanziariamente autosufficienti. Non penso ci siano altri settori in cui le persone si svegliano al mattino e si chiedono: “Possiamo costruire buone infrastrutture e fare soldi?”. Il calcio ha degli incentivi che portano a uno squilibrio finanziario, che sono la qualificazione in Champions League per chi aspira a stare nella parte alta della classifica ed evitare la retrocessione. Ogni giorno nelle squadre di calcio ci saranno conversazioni molto razionali che però portano ad un management team a dire “Spendo di più nella speranza di raggiungere l’obiettivo o evitare la catastrofe”. Si può coniugare competitività sportiva e stabilità finanziaria nel mondo del calcio. Secondo me si può però servono alcuni ingredienti. Innanzitutto ogni tanto le due cose vengono viste come due opposti, in realtà nel medio periodo non possa esserci sostenibilità finanziaria, almeno per una squadra dalle dimensioni e dal blasone del Milan, senza successo sul campo. Il successo sul campo tende a portarsi a traino la sostenibilità finanziaria e non il contrario. Una volta che si instaura questa dinamica poi ci sono meno ostacoli per continuare a mantenere la sostenibilità finanziare e continuare ad avere successo sul campo. Ci sono molti esempi virtuosi in Europa: Bayern Monaco, vediamo tutti come giocano”.

“Azionariato popolare in Italia? Ragioni un po’ storiche. Storicamente i club italiani hanno sempre avuto il grande industriale della città che ha comprato il 100% delle quote e ha gestito il club. I due club milanesi, Lazio e Roma in passato, la Juventus. E questo ha fatto sì, una volta arrivati in un periodo di transizione tra una proprietà familiare a una proprietà più strutturata, come un fondo di investimenti, era più naturale a quel punto lì cedere il controllo dell’azienda piuttosto che andare verso la strada dell’azionariato popolare”.


"Noi competiamo per il talento a livello europeo. Abbiamo fondamentalmente tre linee di ricavi. I diritti TV, lo stadio e il commerciale. Per tornare ad essere competitivi, e quindi per competere per i migliori talenti, bisogna per forza di cose far crescere queste tre linee di ricavo. Parliamo dallo stadio: noi abbiamo uno stadio che è glorioso ma non più in linea con i tempi…”.


“Il progetto stadio continua ad andare avanti, le tempistiche prevedono l’ottenimento dei permessi entro il 2027, con l’obiettivo di completare la costruzione entro il 2031 e quindi in tempo per gli Europei del 2032, che ad oggi l’Italia non sarebbe in grado di ospitare senza una trasformazione di alcuni degli impianti esistenti. Lo stadio è sicuramente una delle leve con cui possiamo provare a chiudere il divario con gli altri grandi club europei. Il Real Madrid fa circa 250 milioni dal mondo stadio, noi e l’Inter siamo intorno agli 80 diciamo. Quella è sicuramente una leva. La storia ci dice che le società che hanno costruito nuovi impianti poi hanno, negli anni successivi, avuto una crescita dei diritti commerciali, perché è un testamento all’ambizione dei club, perché gli sponsor vogliono essere associati a storie di successo, di trasformazione, di infrastrutture nuove. Quello anche aiuterebbe a chiudere il divario. Il terzo punto, sui diritti televisivi, lì sicuramente si deve lavorare sui diritti esteri. Ad oggi la Serie A fa più o meno 250 milioni dai diritti esteri. La Premier League fa 2,6 miliardi, la Liga fa 700 milioni l’anno, la Bundesliga fa più o meno come noi. Lì è dove davvero dobbiamo andare a lavorare per provare a chiudere quel delta. In parte perché abbiamo una diaspora di italiani nel mondo interessati a vedere la Serie A. E poi perché ancora alla Serie A viene riconosciuta ancora un po’ di quella gloria degli anni passati, nonché l’estrema competitività del campionato. Lì credo ci siano margini per crescere. Sta tutto nell’aumentare i ricavi per ridurre quel deficit economico che poi si traduce in deficit sportivo”.


“L’Atletico è una bella storia. Quindici anni fa forse solo chi è appassionato di calcio conosceva la storia dell’Atletico Madrid, forse perché c’erano passati calciatori famosi come Vieri eccetera. Loro hanno fatto un programma molto serio incentrato sulla costruzione del nuovo stadio, da cui hanno instaurato un volano grazie al quale sono diventati poi molto competitivi. L’Atletico, rispetto alle squadre italiane, ha e avrà sempre un vantaggio: in Spagna ci sono due squadre enormi, una squadra grande e poi la quarta è a distanza siderale dalla terza. In Italia non è così. Nel bene e nel male abbiamo tante squadre che competono vicino alla vetta e questo si traduce nel fatto che per poter andare in Champions League in Italia bisogna fare 70 punti. In Spagna probabilmente ne bastano 60. Questo cosa fa? Fa sì che l’Atletico ha la possibilità di programmare a medio termine avendo una discreta certezza di partecipare in Champions League tutti gli anni”.


“Quanto è importante la Champions? Sicuramente la Champions League come sapete porta, ad una squadra come il Milan, dai 60 ai 90 milioni di fatturato. Essere in Champions League è fondamentale. Permette di fare una progettualità diversa nel corso dell’estate, sicuramente più ambiziosa e permette di guardare di più al futuro e non alla gestione dell’anno individuale”.
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gabri65

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Cocirio, membro del CDA del Milan, a Il Sole 24 Ore."Nel mondo del calcio ci siamo assuefatti un po’ alla domanda. Si può essere competitivi sportivamente parlando ed essere finanziariamente autosufficienti. Non penso ci siano altri settori in cui le persone si svegliano al mattino e si chiedono: “Possiamo costruire buone infrastrutture e fare soldi?”. Il calcio ha degli incentivi che portano a uno squilibrio finanziario, che sono la qualificazione in Champions League per chi aspira a stare nella parte alta della classifica ed evitare la retrocessione. Ogni giorno nelle squadre di calcio ci saranno conversazioni molto razionali che però portano ad un management team a dire “Spendo di più nella speranza di raggiungere l’obiettivo o evitare la catastrofe”. Si può coniugare competitività sportiva e stabilità finanziaria nel mondo del calcio. Secondo me si può però servono alcuni ingredienti. Innanzitutto ogni tanto le due cose vengono viste come due opposti, in realtà nel medio periodo non possa esserci sostenibilità finanziaria, almeno per una squadra dalle dimensioni e dal blasone del Milan, senza successo sul campo. Il successo sul campo tende a portarsi a traino la sostenibilità finanziaria e non il contrario. Una volta che si instaura questa dinamica poi ci sono meno ostacoli per continuare a mantenere la sostenibilità finanziare e continuare ad avere successo sul campo. Ci sono molti esempi virtuosi in Europa: Bayern Monaco, vediamo tutti come giocano”.

“Azionariato popolare in Italia? Ragioni un po’ storiche. Storicamente i club italiani hanno sempre avuto il grande industriale della città che ha comprato il 100% delle quote e ha gestito il club. I due club milanesi, Lazio e Roma in passato, la Juventus. E questo ha fatto sì, una volta arrivati in un periodo di transizione tra una proprietà familiare a una proprietà più strutturata, come un fondo di investimenti, era più naturale a quel punto lì cedere il controllo dell’azienda piuttosto che andare verso la strada dell’azionariato popolare”.

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Un altro robottino incravattato di Harvarde.

Tutti uguali, capelli ben curati, barbetta da statuto intellettuale, camicina ben stirata e sguardo inespressivo.

Gli unici muscoli che sanno muovere sono quelli della bocca per sparare puttanate aziendaliste e quelli del dito indice per clickare sui fogli excel.

Obiettivi nella vita: servire i potenti padroni s1onisti per fare soldi a più non posso. Se nel fare questo commettono crimini morali e distruggono sogni e vite umane, ciò è irrilevante. Se qualcuno gli dà più soldi, si vendono come tzoccole da strada senza pensarci due volte. Nessun rimorso.

Bestie senz'anima.
 
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“Il terzo punto, sui diritti televisivi, lì sicuramente si deve lavorare sui diritti esteri. Ad oggi la Serie A fa più o meno 250 milioni dai diritti esteri. La Premier League fa 2,6 miliardi, la Liga fa 700 milioni l’anno, la Bundesliga fa più o meno come noi. Lì è dove davvero dobbiamo andare a lavorare per provare a chiudere quel delta. In parte perché abbiamo una diaspora di italiani nel mondo interessati a vedere la Serie A. E poi perché ancora alla Serie A viene riconosciuta ancora un po’ di quella gloria degli anni passati, nonché l’estrema competitività del campionato. Lì credo ci siano margini per crescere. Sta tutto nell’aumentare i ricavi per ridurre quel deficit economico che poi si traduce in deficit sportivo”.
Buona fortuna con i diritti all'estero. Specialmente con quello che state proponendo. Non li vogliono più vedere neanche in Italia le partite della Serie A, ma chi ve le compra all'estero? Uno strazio di campionato.
 
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