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Tuttosport: il calcio italiano attraversa una crisi d'identità tecnica ed economica, confermandosi come uno dei tornei più vecchi d'Europa e quello con la minor percentuale di calciatori selezionabili per la Nazionale. In Serie A, gli Under 21 italiani hanno coperto appena l'1,9% dei minuti totali, a fronte di un 67,9% destinato agli stranieri, un dato che il presidente della FIGC Gravina ha definito come il «sesto peggior dato europeo», aggiungendo con realismo che «il calcio è uno sport professionistico, gli altri dilettanti» per spiegare le difficoltà nel porre vincoli in un mercato regolato dalle norme UE. Nonostante i tentativi di riforma basati su rose da 25 giocatori con quote per i vivai, gli effetti sono stati minimi e la quota di stranieri è salita costantemente anche dopo l'abrogazione del decreto crescita, alimentata da calcoli di convenienza dei club e dalla necessità di liquidità immediata che spesso rende più difficile comprare in Italia. Mentre Luciano Spalletti ha proposto l'obbligo di un Under 19 sempre in campo, scontrandosi con lo scetticismo di chi ricorda i fallimenti di simili obblighi nelle serie minori, Gravina ha bollato l'ipotesi di un impiego obbligatorio di calciatori nazionali come «impossibile» a causa della giurisprudenza comunitaria, a differenza della Bundesliga che riesce a imporre una quota di 12 selezionabili. Sullo sfondo resta l'urgenza politica dello Ius soli sportivo, dato che talenti come Honest Ahanor devono attendere i 18 anni per vestire l'azzurro, limitando la capacità della Nazionale di attingere a quella diversità che ha fatto la fortuna di altre grandi selezioni europee.