Fonseca:"Milan, che delusione. Dopo di me...".

Jino

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Paulo Fonseca ancora sulla sua esperienza al Milan:"Sono deluso, sì, perché due anni fa venni chiamato per un motivo: cambiare lo stile di gioco della squadra. 'Vogliamo che il Milan diventi dominante, che abbia la palla e giochi nella metà campo avversaria', mi fu detto dal club. Perfetto, risposi, è la mia stessa idea di calcio. Ma la verità è che per cambiare ci vuole tempo e giocare questo calcio in Italia non è facile. Per riuscirci bisogna cambiare prima di tutto la testa dei giocatori. Vi sembrerò arrogante, ma io ero avviato su quella strada e, dopo di me, non ho mai più visto il Milan esprimere la qualità di gioco mostrata con il sottoscritto in panchina"


Ero stato voluto per cambiare mentalità. Non mi hanno dato il tempo, ma abbiamo giocato tante belle partite. E dopo di me non è più successo. Ho visto che Amorim è arrivato a Milanello e c'era Cardinale in persona ad attenderlo. Quando arrivai io invece non c'era nessuno".
fonseca.jpg

Comunque che il suo arrivo fu agghiacciante e solitario lo dicemmo tutti, come fu clamoroso il suo esonero dai giornalisti in diretta tv al termine della partita... Umanamente mi fece rabbrividire come fu trattato, una macchia.
 

Milanismo

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Ma perche prima di lui mica facevamo catenaccio con Pioli...
Il catenaccio l'abbiamo fatto dopo di lui.
Pioli giocava un calcio molto moderno, a uomo a tutto campi.
Un calcio selvaggio.

Certo le prendevamo sempre contro l'Inter.
Però se a voi piace di più vincere con gol di estupinan e fare 70 tiri in tutto il campionato con Allegri in panchina...
Bè un momento...contro i cartonati per me può segnare anche il massaggiatore dagli spogliatoi, l'importante è farli fuori e guarda caso dal dopo Pioli non abbiamo più perso nessun derby, vincendone la maggior parte, con 3 allenatori successivi. L'ideale sarebbe trovare un equilibrio, per quanto possibile, tra gioco offensivo e buona copertura per evitare le imbarcate...ci riuscirà Amorim? Vedremo.
 

Djici

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Bè un momento...contro i cartonati per me può segnare anche il massaggiatore dagli spogliatoi, l'importante è farli fuori e guarda caso dal dopo Pioli non abbiamo più perso nessun derby, vincendone la maggior parte, con 3 allenatori successivi. L'ideale sarebbe trovare un equilibrio, per quanto possibile, tra gioco offensivo e buona copertura per evitare le imbarcate...ci riuscirà Amorim? Vedremo.
Non hai capito.
Io non stavo facendo il confronto tra vincere il derby o divertirsi vedendo un bel calcio.
Stavo facendo il confronto tra vincere il derby e vedere l'Inter vincere 1 o 2 trofei a fine stagione o perdere il derby e vincere 1 trofeo.
Perche qui sembra che l'obiettivo stagionale per il tifoso sia non perdere contro l'Inter...
Io voglio vincere trofei.
Se in più si può rifilare 5 pere a l'Inter sia a l'andata che al ritorno allora tanto meglio.
Ma a me di vincere 2-0 contro l'Inter per poi finire quinti e vederli festeggiare lo scudetto onestamente frega un caxxxx00.
Non siamo mica come la Lazio/Roma dove conta solo il derby?
 
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Allenatore e Giocatori li fanno le società.
Società forti con obiettivi chiari regole Ferrè e comanda in casa propria è al apice della piramide, il resto sono impiegati.
Incredibile che un concetto cosi ovvio non venga recepito.

Nel milan dello scorso anno avrebbe fallito pure ancelotti.
 
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Incredibile che un concetto cosi ovvio non venga recepito.

Nel milan dello scorso anno avrebbe fallito pure ancelotti.
Quello che ci tiene di più è sempre l'allenatore i giocatori ( l'importante arrivi lo stipendio)

Faccio sempre un esempio: società=genitori. Allenatore=insegnante giocatori= figli/alunni.

Se i genitori stanno dalla parte dei figli i figli fanno quello che vogliono, e gli insegnanti diventano pezze di piedi.
 

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L'intervista completa:

Perché il Milan è una ferita ancora aperta e chissà se si rimarginerà mai.

"Sono deluso, sì, perché due anni fa venni chiamato per un motivo: cambiare lo stile di gioco della squadra. 'Vogliamo che il Milan diventi dominante, che abbia la palla e giochi nella metà campo avversaria', mi fu detto dal club. Perfetto, risposi, è la mia stessa idea di calcio".

La stessa idea e il medesimo intento espressi da Ruben Amorim, nuovo allenatore dei rossoneri e portoghese come Fonseca.
"Ma la verità è che per cambiare ci vuole tempo e giocare questo calcio in Italia non è facile. Per riuscirci bisogna cambiare prima di tutto la testa dei giocatori. Vi sembrerò arrogante, ma io ero avviato su quella strada e, dopo di me, non ho mai più visto il Milan esprimere la qualità di gioco mostrata con il sottoscritto in panchina".

Non solo gioco, ma anche vittorie come il 3-1 a Madrid contro il Real.
"Avevamo già disputato un precampionato straordinario, battendo Manchester City, Real e Barcellona e lanciando giovani come Liberali, che poi ho fatto esordire in Serie A. Abbiamo giocato molto bene in tante partite, ma per farlo in un certo modo con continuità devi crederci e avere tempo a disposizione".

A lei non è stato concesso: a dicembre 2024 viene esonerato dopo un pareggio casalingo con la Roma.
"Sono andato via molto calmo perché ho fatto di tutto per cambiare il Milan. Per difenderlo. Sono uscito con la coscienza a posto perché ho sempre messo il Milan davanti a tutti, e non era facile. Ho sempre difeso il club prima dei giocatori. I giocatori non sono più importanti del Milan. In Italia, invece, spesso i giocatori “pesano” più del club. Se qualcuno, pure forte, non meritava, con me non giocava, perché nessun calciatore è più grande del Milan. Sono stato criticato per questo, ma io ho avuto il coraggio di difendere il Milan. Spero che tutti abbiano capito che non puoi permetterti di avere elementi che non danno tutto per il Milan. Il Psg ha vinto due Champions di fila dopo aver mandato via i giocatori che non correvano. A Parigi hanno capito che nessun giocatore è più importante della squadra. Non so se anche a Milano hanno capito".
Dice di aver difeso il Milan: il Milan, invece, ha difeso Fonseca?
"Mi sembra che le cose adesso siano un po’ diverse, perché ho visto che Amorim è arrivato a Milanello e c’era Cardinale ad attenderlo. Quando arrivai io non c’era nessuno".

Se ripensa alla sua esperienza al Milan è più orgoglioso per aver giocato e vinto partite come quella di Madrid o deluso per come è finita?
"Sarò onesto: le due cose insieme".

Tornerebbe ad allenare in Italia?
"Io ho una passione per l’Italia, ma la vostra filosofia calcistica non si vede da nessuna altra parte: per 90 minuti non giochi, ti difendi e basta, però se all’ultimo fai gol e vinci, va tutto bene e sei bravo. Da voi non si valorizza il bel calcio, conta solo vincere. Altrove non funziona così. È proprio un fatto culturale, ed è molto difficile cambiare la vostra cultura. Oggi alleno il Lione in Francia, in un campionato dove c’è gusto per il gioco ed è pieno di giovani talenti: mi ci riconosco e ci sto bene. Però mai dire mai. Di sicuro a fine carriera verrò a vivere in Italia: sto cercando casa a Como, ma anche Roma mi è rimasta dentro per quanto è bella, per la gente, la cucina… A Roma sono stati due anni meravigliosi. La squadra ha giocato benissimo, alla prima stagione abbiamo fatto 70 punti: da allora, era il 2020, solo Gasperini ha superato quella soglia di punti. Ma anche dal Milan è difficile uscire con sentimenti negativi, ho lavorato con persone fantastiche, con alcune delle quali ancora mi sento. Non parlo di giocatori o dirigenti, ma del personale di Milanello".

Se lei dovesse definire la scuola calcistica portoghese, come la definirebbe?
"Formativa. Noi abbiamo la capacità di lavorare molto bene coi giovani, preparandoli ad arrivare a un livello alto. Posso dire che il Portogallo è il Paese che lavora meglio sotto questo aspetto".

Qual è il segreto per sviluppare il talento?
"Prima di tutto abbiamo la capacità di formare bravi allenatori. È una formazione che arriva da due direzioni diverse: dalla Federazione, ed è la parte obbligatoria; e poi dalle quattro università calcistiche presenti in Portogallo che ti insegnano in maniera specifica a lavorare coi ragazzi. Da noi non è tanto l’ex calciatore a lavorare coi giovani, ma gli istruttori, a loro volta giovani, che escono dall’Università e iniziano ad allenare i bambini. Diciamo che c’è un approccio scientifico verso la cura del talento. C’è un’altra cosa, dettata dalla necessità: una volta Benfica, Porto, Sporting avevano la forza economica per comprare i giocatori in Brasile. Adesso no. Adesso i giocatori ce li dobbiamo costruire in casa. E lo facciamo bene: a 17 anni, i nostri ragazzi migliori giocano già negli Under 23. Perché noi non ci preoccupiamo di vincere il campionato, come ho visto da voi, ma di sviluppare le capacità. Ecco perché un Paese come il nostro, con 10 milioni di abitanti, è quello che esporta il maggior numero di calciatori nei migliori campionati europei".

Rispetto all’Italia, per esempio, sono diversi anche i metodi di preparazione? Per capirci: in Portogallo ci si allena più con la palla e meno in palestra? Più tecnica individuale e meno sedute tattiche e lezioni al video?
"Sì. Nei vostri settori giovanili non ci si preoccupa di giocare con la palla. I ragazzi passano troppo tempo senza toccare il pallone. Difendono e vanno in transizione. In Portogallo, come in Spagna, vogliamo invece la palla tra i piedi. Difendiamo se costretti, ma non vedrete mai Porto o Benfica difendere con un blocco basso senza, invece, provare a tenere palla per comandare il gioco. È un fatto culturale, ed è questa mentalità che avrei dovuto cambiare al Milan".

Il calcio portoghese è posizionale più che relazionale.
"Vero, anche se le cose stanno cambiando un po’ in tutta Europa, dove sempre più spesso si vedono partite dove si marca uomo su uomo a tutto campo. In questo Gasperini è un maestro".

Quali sono stati i suoi maestri quando ha iniziato ad allenare? E oggi, per i giovani tecnici portoghesi, Mourinho rappresenta ancora un punto di riferimento?
"Non lo so. So che, quando ho cominciato io, Mourinho era un punto di riferimento per tutti, anche perché è stato il primo allenatore portoghese ad aver successo all’estero. Adesso il calcio è cambiato, il gioco è cambiato, dunque non posso dire che sia ancora così. Di sicuro uno che ammiro molto è Jorge Jesus: da lui ho imparato molto, soprattutto difensivamente. Ma per me il più grande di tutti resta Pep Guardiola. Il suo Barcellona mi incantava".

Nella conferenza stampa di presentazione al Milan, Amorim ha detto che voi allenatori portoghesi parlate molto con i giocatori, e non soltanto di questioni di calcio, ma preoccupandovi in generale del loro benessere.
"Cerchiamo di essere vicini ai giocatori senza interferire però nella loro vita privata. Per me, almeno, è così. Mi piace sapere cosa gli succede fuori dal campo, come va in famiglia, ma evito di stargli troppo addosso. In generale, noi portoghesi siamo attenti alla disciplina".

È vero anche che siete passionali e diretti?
"È vero. Per me è sempre stato così. Quando devo dire qualcosa a qualcuno, lo faccio di fronte a tutti gli altri giocatori. Non mi interessa se è il calciatore più importante della squadra. Se devo parlare per il bene del gruppo, lo faccio davanti a tutti. E se sono costretto a dire qualcosa che a qualcuno non piace, fa niente: la verità può far male, ma resta l’elemento più importante tra persone che lavorano insieme. Al mio ultimo giorno da allenatore, mi volterò indietro e sono sicuro che potrò dire di non aver forse preso la decisione giusta in qualche occasione, ma di essere rimasto sempre coerente e fermo".

Finiamo con il Lione, che lei ha appena riportato in Champions dopo anni di crisi.

"Magari in Italia non guardate molto il campionato francese, ma vi assicuro che è un torneo fantastico con tanti giovani di talento – e tanti finiscono in Inghilterra -, stadi nuovi sempre pieni, un’atmosfera fantastica e un calcio offensivo. Il Lione è un grande club. Abbiamo cominciato la stagione in seconda divisione, retrocessi d’ufficio per problemi finanziari. È arrivata una nuova proprietà e siamo stati ripescati, ma non abbiamo potuto fare mercato. Sono stati venduti i più forti: Cherki al Manchester City, Tiago Almada all’Atletico Madrid, Matic al Sassuolo, Lacazette è andato in Arabia… Abbiamo costruito una squadra giovane, giocato un calcio ambizioso e raggiunto una qualificazione alla Champions inimmaginabile a inizio stagione. Cresceremo un passo alla volta".
 

Djici

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L'intervista completa:

Perché il Milan è una ferita ancora aperta e chissà se si rimarginerà mai.

"Sono deluso, sì, perché due anni fa venni chiamato per un motivo: cambiare lo stile di gioco della squadra. 'Vogliamo che il Milan diventi dominante, che abbia la palla e giochi nella metà campo avversaria', mi fu detto dal club. Perfetto, risposi, è la mia stessa idea di calcio".

La stessa idea e il medesimo intento espressi da Ruben Amorim, nuovo allenatore dei rossoneri e portoghese come Fonseca.
"Ma la verità è che per cambiare ci vuole tempo e giocare questo calcio in Italia non è facile. Per riuscirci bisogna cambiare prima di tutto la testa dei giocatori. Vi sembrerò arrogante, ma io ero avviato su quella strada e, dopo di me, non ho mai più visto il Milan esprimere la qualità di gioco mostrata con il sottoscritto in panchina".

Non solo gioco, ma anche vittorie come il 3-1 a Madrid contro il Real.
"Avevamo già disputato un precampionato straordinario, battendo Manchester City, Real e Barcellona e lanciando giovani come Liberali, che poi ho fatto esordire in Serie A. Abbiamo giocato molto bene in tante partite, ma per farlo in un certo modo con continuità devi crederci e avere tempo a disposizione".

A lei non è stato concesso: a dicembre 2024 viene esonerato dopo un pareggio casalingo con la Roma.
"Sono andato via molto calmo perché ho fatto di tutto per cambiare il Milan. Per difenderlo. Sono uscito con la coscienza a posto perché ho sempre messo il Milan davanti a tutti, e non era facile. Ho sempre difeso il club prima dei giocatori. I giocatori non sono più importanti del Milan. In Italia, invece, spesso i giocatori “pesano” più del club. Se qualcuno, pure forte, non meritava, con me non giocava, perché nessun calciatore è più grande del Milan. Sono stato criticato per questo, ma io ho avuto il coraggio di difendere il Milan. Spero che tutti abbiano capito che non puoi permetterti di avere elementi che non danno tutto per il Milan. Il Psg ha vinto due Champions di fila dopo aver mandato via i giocatori che non correvano. A Parigi hanno capito che nessun giocatore è più importante della squadra. Non so se anche a Milano hanno capito".
Dice di aver difeso il Milan: il Milan, invece, ha difeso Fonseca?
"Mi sembra che le cose adesso siano un po’ diverse, perché ho visto che Amorim è arrivato a Milanello e c’era Cardinale ad attenderlo. Quando arrivai io non c’era nessuno".

Se ripensa alla sua esperienza al Milan è più orgoglioso per aver giocato e vinto partite come quella di Madrid o deluso per come è finita?
"Sarò onesto: le due cose insieme".

Tornerebbe ad allenare in Italia?
"Io ho una passione per l’Italia, ma la vostra filosofia calcistica non si vede da nessuna altra parte: per 90 minuti non giochi, ti difendi e basta, però se all’ultimo fai gol e vinci, va tutto bene e sei bravo. Da voi non si valorizza il bel calcio, conta solo vincere. Altrove non funziona così. È proprio un fatto culturale, ed è molto difficile cambiare la vostra cultura. Oggi alleno il Lione in Francia, in un campionato dove c’è gusto per il gioco ed è pieno di giovani talenti: mi ci riconosco e ci sto bene. Però mai dire mai. Di sicuro a fine carriera verrò a vivere in Italia: sto cercando casa a Como, ma anche Roma mi è rimasta dentro per quanto è bella, per la gente, la cucina… A Roma sono stati due anni meravigliosi. La squadra ha giocato benissimo, alla prima stagione abbiamo fatto 70 punti: da allora, era il 2020, solo Gasperini ha superato quella soglia di punti. Ma anche dal Milan è difficile uscire con sentimenti negativi, ho lavorato con persone fantastiche, con alcune delle quali ancora mi sento. Non parlo di giocatori o dirigenti, ma del personale di Milanello".

Se lei dovesse definire la scuola calcistica portoghese, come la definirebbe?
"Formativa. Noi abbiamo la capacità di lavorare molto bene coi giovani, preparandoli ad arrivare a un livello alto. Posso dire che il Portogallo è il Paese che lavora meglio sotto questo aspetto".

Qual è il segreto per sviluppare il talento?
"Prima di tutto abbiamo la capacità di formare bravi allenatori. È una formazione che arriva da due direzioni diverse: dalla Federazione, ed è la parte obbligatoria; e poi dalle quattro università calcistiche presenti in Portogallo che ti insegnano in maniera specifica a lavorare coi ragazzi. Da noi non è tanto l’ex calciatore a lavorare coi giovani, ma gli istruttori, a loro volta giovani, che escono dall’Università e iniziano ad allenare i bambini. Diciamo che c’è un approccio scientifico verso la cura del talento. C’è un’altra cosa, dettata dalla necessità: una volta Benfica, Porto, Sporting avevano la forza economica per comprare i giocatori in Brasile. Adesso no. Adesso i giocatori ce li dobbiamo costruire in casa. E lo facciamo bene: a 17 anni, i nostri ragazzi migliori giocano già negli Under 23. Perché noi non ci preoccupiamo di vincere il campionato, come ho visto da voi, ma di sviluppare le capacità. Ecco perché un Paese come il nostro, con 10 milioni di abitanti, è quello che esporta il maggior numero di calciatori nei migliori campionati europei".

Rispetto all’Italia, per esempio, sono diversi anche i metodi di preparazione? Per capirci: in Portogallo ci si allena più con la palla e meno in palestra? Più tecnica individuale e meno sedute tattiche e lezioni al video?
"Sì. Nei vostri settori giovanili non ci si preoccupa di giocare con la palla. I ragazzi passano troppo tempo senza toccare il pallone. Difendono e vanno in transizione. In Portogallo, come in Spagna, vogliamo invece la palla tra i piedi. Difendiamo se costretti, ma non vedrete mai Porto o Benfica difendere con un blocco basso senza, invece, provare a tenere palla per comandare il gioco. È un fatto culturale, ed è questa mentalità che avrei dovuto cambiare al Milan".

Il calcio portoghese è posizionale più che relazionale.
"Vero, anche se le cose stanno cambiando un po’ in tutta Europa, dove sempre più spesso si vedono partite dove si marca uomo su uomo a tutto campo. In questo Gasperini è un maestro".

Quali sono stati i suoi maestri quando ha iniziato ad allenare? E oggi, per i giovani tecnici portoghesi, Mourinho rappresenta ancora un punto di riferimento?
"Non lo so. So che, quando ho cominciato io, Mourinho era un punto di riferimento per tutti, anche perché è stato il primo allenatore portoghese ad aver successo all’estero. Adesso il calcio è cambiato, il gioco è cambiato, dunque non posso dire che sia ancora così. Di sicuro uno che ammiro molto è Jorge Jesus: da lui ho imparato molto, soprattutto difensivamente. Ma per me il più grande di tutti resta Pep Guardiola. Il suo Barcellona mi incantava".

Nella conferenza stampa di presentazione al Milan, Amorim ha detto che voi allenatori portoghesi parlate molto con i giocatori, e non soltanto di questioni di calcio, ma preoccupandovi in generale del loro benessere.
"Cerchiamo di essere vicini ai giocatori senza interferire però nella loro vita privata. Per me, almeno, è così. Mi piace sapere cosa gli succede fuori dal campo, come va in famiglia, ma evito di stargli troppo addosso. In generale, noi portoghesi siamo attenti alla disciplina".

È vero anche che siete passionali e diretti?
"È vero. Per me è sempre stato così. Quando devo dire qualcosa a qualcuno, lo faccio di fronte a tutti gli altri giocatori. Non mi interessa se è il calciatore più importante della squadra. Se devo parlare per il bene del gruppo, lo faccio davanti a tutti. E se sono costretto a dire qualcosa che a qualcuno non piace, fa niente: la verità può far male, ma resta l’elemento più importante tra persone che lavorano insieme. Al mio ultimo giorno da allenatore, mi volterò indietro e sono sicuro che potrò dire di non aver forse preso la decisione giusta in qualche occasione, ma di essere rimasto sempre coerente e fermo".

Finiamo con il Lione, che lei ha appena riportato in Champions dopo anni di crisi.


"Magari in Italia non guardate molto il campionato francese, ma vi assicuro che è un torneo fantastico con tanti giovani di talento – e tanti finiscono in Inghilterra -, stadi nuovi sempre pieni, un’atmosfera fantastica e un calcio offensivo. Il Lione è un grande club. Abbiamo cominciato la stagione in seconda divisione, retrocessi d’ufficio per problemi finanziari. È arrivata una nuova proprietà e siamo stati ripescati, ma non abbiamo potuto fare mercato. Sono stati venduti i più forti: Cherki al Manchester City, Tiago Almada all’Atletico Madrid, Matic al Sassuolo, Lacazette è andato in Arabia… Abbiamo costruito una squadra giovane, giocato un calcio ambizioso e raggiunto una qualificazione alla Champions inimmaginabile a inizio stagione. Cresceremo un passo alla volta".
Può piacere o meno ma in questa intervista ha detto tante verità
 

Dave90

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Non mette adeguatamente in risalto il principale limite della sua gestione, cioè la scarsa coesione dello spogliatoio, causa della terrificante altalena di risultati, tuttavia una verità va ammessa: i picchi di calcio migliori li abbiamo visti con lui.
 

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