Oddo:"Ecco perchè ho lasciato il Milan Futuro. Maldini e Cardinale e Liberali...".

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Massimo Oddo alla GDS:

Partiamo dal “mezzo secolo di vita”: sensazioni? Ha fatto effetto?

“Un minimo di effetto diciamo che lo fa… In realtà mi sento ancora un ragazzo, un ragazzo fortunato che ha tutto e nella vita ha ottenuto di tutto. Grandi emozioni e grandi traguardi”.
Ora qual è la sua ambizione?
“Mi sento assolutamente allenatore, quindi voglio tornare ad allenare ad alti livelli, facendolo con continuità. Cosa che ultimamente è successa poco a causa di svariate vicissitudini”.
Definisca meglio gli alti livelli.
“Io sono partito subito fortissimo, ho vinto la B e ho allenato in A, la maggior parte della mia carriera è stata in B. Diciamo che vorrei sistemarmi tra A e B. Poi c’è stato un ridimensionamento, dovuto a scelte e momenti sbagliati. Vorrei sposare un progetto che mi permetta di lavorare dall’inizio perché negli ultimi anni sono sempre subentrato, ed erano situazioni quasi disastrose. E quando è così dipendi da troppi fattori che non sono solo quelli del campo. Vorrei una squadra da costruire dall’inizio: quando subentri c’è solo l’ossessione del risultato”.
C’è qualcosa che bolle in pentola?

“Al momento, no. Aspettiamo”.
Il primo aggettivo che le viene in mente per descrivere l’esperienza appena conclusa con Milan Futuro?
“Sono contento di quello che ho fatto. Contento di aver migliorato i ragazzi, ho visto un percorso positivo. Diversi di loro partiranno con la prima squadra quest’anno. Dall’esterno si percepiva che dovessimo vincere il campionato di D, ma non era assolutamente così. Non mi è mai stato chiesto questo e comunque era un obiettivo quasi inarrivabile: noi abbiamo giocato con un’età media di 18-19 anni, parliamo di una categoria complessa. E poi c’erano giocatori che andavano e venivano tra prima squadra e Primavera, ti devi adattare alle esigenze di tutti. Il nostro unico obiettivo era migliorare i giovani, e dovevi farlo con quelli che avevi in quel momento. In pratica, non erano mai gli stessi, quindi la difficoltà più grande è creare un gruppo. Però non lo definirei un limite, è qualcosa che fa parte di quel progetto”.

Anche con Milan Futuro lei è arrivato in corso d’opera.
“Quando sono arrivato, l’unico obiettivo era salvare la squadra. Probabilmente sono stato chiamato un po’ troppo tardi: in proiezione, da quando sono subentrato io, in termini di media punti eravamo in piena zona playoff. Premesso questo, non avrei voluto fare la Serie D, è stato il Milan a convincermi perché ritenevano che fossi la persona adatta a guidare questi ragazzi. Sono rimasto volentieri, con l’intento di farli crescere e portarli in C. Questo non si è verificato e io non mi sentivo di fare un altro anno di D, che non fa per me. Ho lasciato un anno di contratto, senza chiedere un euro, perché per me la cosa più importante è essere motivati sul lavoro. E’ stata una scelta assolutamente mia”.
Quindi se foste stati promossi, sarebbe rimasto.
“In C sarebbe stato diverso perché mi sarei portato in una categoria superiore ragazzi che avevo già cresciuto e dei quali conoscevo i miglioramenti. Ragazzi che tra l’altro molto probabilmente in D non rimarranno”.
Ha preso il suo posto lo spagnolo Sergio Navarro: può avere un senso un tecnico straniero in una categoria così particolare?
“L’aspetto fondamentale è migliorare i giovani e lui è stato responsabile di settori giovanili importanti. La nazionalità non c’entra”.
Cosa significa avere la crescita dei ragazzi come obiettivo primario?
“Per esempio a volte migliorare i giocatori significa rinunciare a fare risultato. Devi privilegiare il giovane che ha bisogno di farsi le ossa, e non quello più anziano che sai già commetterebbe meno errori e che magari ti aiuterebbe a vincere la partita”.
E’ un’estate in cui i tifosi parlano molto di Ibrahimovic: come si è posto in ottica seconda squadra? E’ un progetto su cui in qualche modo ha messo il cappello.
“L’ho visto pochissimo al campo, ma lui non ha un ruolo tecnico nel Milan. E’ parte della proprietà, no? So che è molto interessato alla seconda squadra, si guardava tutte le partite, anche se non dal vivo. Dava dei principi, magari su alcuni aspetti tattici, ma concretamente non metteva becco in nulla. Il responsabile vero è Kirovski”.
In effetti si è parlato abbastanza anche di lui in queste settimane.
“E’ un dirigente molto attento ai giovani. Di ragazzi se ne intende. Ha pagato molto lo scotto di un campionato che non conosceva, e molte cose sono state di conseguenza sbagliate. Il suo messaggio è sempre stato quello di migliorare i giocatori, non quello di vincere. Il percorso del Milan U23 non deve essere quello della prima squadra”.
Quali sono le differenze principali tra C e D?
“La D è una categoria molto formativa. Il limite grande semmai sono i campi. La maggior parte delle partite giocate su campi buoni, le abbiamo vinte. E viceversa. Il motivo è chiaro: sui campi belli, dove potevi giocare a due tocchi, veniva fuori la nostra superiorità tecnica. Su campi brutti, al quarto tocco ti saltavano addosso e pagavi pesantemente in termini fisici. Il tema però per me va oltre Milan, Inter o Juve. E’ più ampio”.
Ovvero?
“Anche Barcellona e Bayern hanno la seconda squadra in quarta serie, ma con una differenza sostanziale: la loro filosofia di calcio parte da quando hanno 8 anni e la portano avanti con un’idea tecnico-tattica fissa e progressiva per fornire ai ragazzi una filosofia unica a prescindere da età e tipo di categoria. E poi c’è un’altra grande differenza: là i più bravi esordiscono in quarta serie a 14-15 anni, e a 18 in prima squadra. Da noi si festeggia se un 18enne debutta in D. E’ tardi. La follia è che si possa stare in Primavera fino a 20 anni, conosco ragazzi con oltre cento presenze in Primavera, perché magari bisogna vincere il campionato o giocare la Youth League: che senso ha? Come fai a migliorare? Per come la vedo io, il discorso è molto semplice: ho un ragazzo bravo? Lo faccio salire di categoria, lo mando sotto età, gli aumento il coefficiente di difficoltà. Così migliora, così lo porti avanti”.

Il caso Liberali: prima lasciato andare, poi tornato di moda. Lo ha chiamato persino Cardinale, invano. Tutto un po’ surreale.

“Perdere un giocatore ci può stare, qualcuno esplode prima e un altro dopo. Ci sta un errore di valutazione. Io stesso ho fatto diversi anni di prestito in giro per l’Italia e quando sono esploso a Napoli il Milan mi ha venduto al Verona. Io pensavo di tornare in rossonero. Dopo cinque anni mi hanno ricomprato pagandomi il triplo. Il problema di base di questi ragazzi riguarda i percorsi che si fa fare loro. Il più delle volte sono sbagliati. Liberali l’anno scorso giocava in seconda squadra, ha esordito in prima, poi si è ritrovato in Primavera. Bisogna capire che sono ragazzi, immaginate stare nella testa di quel ragazzino, sono situazioni complicate da gestire”.
A proposito di percorsi, allora: parliamo di quello che secondo lei sarebbe il migliore per Camarda.
“Francesco dovrebbe fare quel che doveva già fare un anno fa: in A ci arriverà di certo ma ora gli occorre continuità, per esempio andando in una squadra di B di alto livello, che gioca per vincere. L’anno scorso mi chiamò per chiedermi cosa pensassi del Lecce, gli risposi che aveva fatto una cavolata. Gli chiesi come mai aveva tutta questa fretta, alla sua età, di arrivare subito in A. Gli dissi che aveva bisogno di continuità, e che per trovarla occorreva abbassare il livello. Di Francesco è bravissimo, ma il Lecce gioca per salvarsi, gioca per lo più nella propria metà campo e per un attaccante diventa dura”.
Come valuta la situazione della prima squadra, passata dalla delusione di fine maggio alla rivoluzione di Cardinale?
“Una delusione simile non se l’aspettava nessuno, me compreso. Sono stato a contatto con Allegri tutto l’anno, vedevo tutti gli allenamenti, è un tecnico bravo e quello era un gruppo sano. Un gruppo che lavorava bene. Poi a un certo punto si è rotto qualcosa, ma non durante la settimana. Forse è stata la paura di non arrivare al traguardo”.
Le spiace che sia finito così presto il ciclo di Allegri?
“Secondo me aveva fatto un grande lavoro, mi spiace per lui anche se sono contento che ora il Milan abbia ritrovato un nuovo entusiasmo. Alla fine io dico sempre una cosa: puoi prendere gli allenatori più bravi del mondo, ma se non vengono supportati è dura per chiunque. Mi auguro che adesso ci sia unità di intenti in società”.
E’ quello che servirebbe anche in Federcalcio. A proposito, vent’anni fa lei festeggiava a Berlino…
“Il ricordo è sempre molto vivo, anche se sono passati già vent’anni. Mi auguro che questo cambio in federazione possa dare idee e soprattutto coraggio di cambiare qualcosa. Spero si metta un po’ più da parte la politica. Le nostre sconfitte più grandi sono state la vittoria al Mondiale e all’Europeo… Noi non abbiamo mai imparato né dalle sconfitte, né dalle vittorie”.
Maldini direttore tecnico sarebbe l’uomo giusto al posto giusto?
Gazzetta Mondiale: ogni notte un’edizione straordinaria esclusiva. Non perdertela, abbonati a 1€/mese!
“Assolutamente sì. Conosco Paolo, la sua serietà e il suo coraggio. Se accettasse vorrebbe dire che la Figc ha voglia di cambiare qualcosa. Non abbiamo bisogno di figurine, serve un uomo di calcio che conosca tutte le dinamiche".

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Jino

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Partiamo dal “mezzo secolo di vita”: sensazioni? Ha fatto effetto?

“Un minimo di effetto diciamo che lo fa… In realtà mi sento ancora un ragazzo, un ragazzo fortunato che ha tutto e nella vita ha ottenuto di tutto. Grandi emozioni e grandi traguardi”.
Ora qual è la sua ambizione?
“Mi sento assolutamente allenatore, quindi voglio tornare ad allenare ad alti livelli, facendolo con continuità. Cosa che ultimamente è successa poco a causa di svariate vicissitudini”.
Definisca meglio gli alti livelli.
“Io sono partito subito fortissimo, ho vinto la B e ho allenato in A, la maggior parte della mia carriera è stata in B. Diciamo che vorrei sistemarmi tra A e B. Poi c’è stato un ridimensionamento, dovuto a scelte e momenti sbagliati. Vorrei sposare un progetto che mi permetta di lavorare dall’inizio perché negli ultimi anni sono sempre subentrato, ed erano situazioni quasi disastrose. E quando è così dipendi da troppi fattori che non sono solo quelli del campo. Vorrei una squadra da costruire dall’inizio: quando subentri c’è solo l’ossessione del risultato”.
C’è qualcosa che bolle in pentola?

“Al momento, no. Aspettiamo”.
Il primo aggettivo che le viene in mente per descrivere l’esperienza appena conclusa con Milan Futuro?
“Sono contento di quello che ho fatto. Contento di aver migliorato i ragazzi, ho visto un percorso positivo. Diversi di loro partiranno con la prima squadra quest’anno. Dall’esterno si percepiva che dovessimo vincere il campionato di D, ma non era assolutamente così. Non mi è mai stato chiesto questo e comunque era un obiettivo quasi inarrivabile: noi abbiamo giocato con un’età media di 18-19 anni, parliamo di una categoria complessa. E poi c’erano giocatori che andavano e venivano tra prima squadra e Primavera, ti devi adattare alle esigenze di tutti. Il nostro unico obiettivo era migliorare i giovani, e dovevi farlo con quelli che avevi in quel momento. In pratica, non erano mai gli stessi, quindi la difficoltà più grande è creare un gruppo. Però non lo definirei un limite, è qualcosa che fa parte di quel progetto”.

Anche con Milan Futuro lei è arrivato in corso d’opera.
“Quando sono arrivato, l’unico obiettivo era salvare la squadra. Probabilmente sono stato chiamato un po’ troppo tardi: in proiezione, da quando sono subentrato io, in termini di media punti eravamo in piena zona playoff. Premesso questo, non avrei voluto fare la Serie D, è stato il Milan a convincermi perché ritenevano che fossi la persona adatta a guidare questi ragazzi. Sono rimasto volentieri, con l’intento di farli crescere e portarli in C. Questo non si è verificato e io non mi sentivo di fare un altro anno di D, che non fa per me. Ho lasciato un anno di contratto, senza chiedere un euro, perché per me la cosa più importante è essere motivati sul lavoro. E’ stata una scelta assolutamente mia”.
Quindi se foste stati promossi, sarebbe rimasto.
“In C sarebbe stato diverso perché mi sarei portato in una categoria superiore ragazzi che avevo già cresciuto e dei quali conoscevo i miglioramenti. Ragazzi che tra l’altro molto probabilmente in D non rimarranno”.
Ha preso il suo posto lo spagnolo Sergio Navarro: può avere un senso un tecnico straniero in una categoria così particolare?
“L’aspetto fondamentale è migliorare i giovani e lui è stato responsabile di settori giovanili importanti. La nazionalità non c’entra”.
Cosa significa avere la crescita dei ragazzi come obiettivo primario?
“Per esempio a volte migliorare i giocatori significa rinunciare a fare risultato. Devi privilegiare il giovane che ha bisogno di farsi le ossa, e non quello più anziano che sai già commetterebbe meno errori e che magari ti aiuterebbe a vincere la partita”.
E’ un’estate in cui i tifosi parlano molto di Ibrahimovic: come si è posto in ottica seconda squadra? E’ un progetto su cui in qualche modo ha messo il cappello.
“L’ho visto pochissimo al campo, ma lui non ha un ruolo tecnico nel Milan. E’ parte della proprietà, no? So che è molto interessato alla seconda squadra, si guardava tutte le partite, anche se non dal vivo. Dava dei principi, magari su alcuni aspetti tattici, ma concretamente non metteva becco in nulla. Il responsabile vero è Kirovski”.
In effetti si è parlato abbastanza anche di lui in queste settimane.
“E’ un dirigente molto attento ai giovani. Di ragazzi se ne intende. Ha pagato molto lo scotto di un campionato che non conosceva, e molte cose sono state di conseguenza sbagliate. Il suo messaggio è sempre stato quello di migliorare i giocatori, non quello di vincere. Il percorso del Milan U23 non deve essere quello della prima squadra”.
Quali sono le differenze principali tra C e D?
“La D è una categoria molto formativa. Il limite grande semmai sono i campi. La maggior parte delle partite giocate su campi buoni, le abbiamo vinte. E viceversa. Il motivo è chiaro: sui campi belli, dove potevi giocare a due tocchi, veniva fuori la nostra superiorità tecnica. Su campi brutti, al quarto tocco ti saltavano addosso e pagavi pesantemente in termini fisici. Il tema però per me va oltre Milan, Inter o Juve. E’ più ampio”.
Ovvero?
“Anche Barcellona e Bayern hanno la seconda squadra in quarta serie, ma con una differenza sostanziale: la loro filosofia di calcio parte da quando hanno 8 anni e la portano avanti con un’idea tecnico-tattica fissa e progressiva per fornire ai ragazzi una filosofia unica a prescindere da età e tipo di categoria. E poi c’è un’altra grande differenza: là i più bravi esordiscono in quarta serie a 14-15 anni, e a 18 in prima squadra. Da noi si festeggia se un 18enne debutta in D. E’ tardi. La follia è che si possa stare in Primavera fino a 20 anni, conosco ragazzi con oltre cento presenze in Primavera, perché magari bisogna vincere il campionato o giocare la Youth League: che senso ha? Come fai a migliorare? Per come la vedo io, il discorso è molto semplice: ho un ragazzo bravo? Lo faccio salire di categoria, lo mando sotto età, gli aumento il coefficiente di difficoltà. Così migliora, così lo porti avanti”.

Il caso Liberali: prima lasciato andare, poi tornato di moda. Lo ha chiamato persino Cardinale, invano. Tutto un po’ surreale.

“Perdere un giocatore ci può stare, qualcuno esplode prima e un altro dopo. Ci sta un errore di valutazione. Io stesso ho fatto diversi anni di prestito in giro per l’Italia e quando sono esploso a Napoli il Milan mi ha venduto al Verona. Io pensavo di tornare in rossonero. Dopo cinque anni mi hanno ricomprato pagandomi il triplo. Il problema di base di questi ragazzi riguarda i percorsi che si fa fare loro. Il più delle volte sono sbagliati. Liberali l’anno scorso giocava in seconda squadra, ha esordito in prima, poi si è ritrovato in Primavera. Bisogna capire che sono ragazzi, immaginate stare nella testa di quel ragazzino, sono situazioni complicate da gestire”.
A proposito di percorsi, allora: parliamo di quello che secondo lei sarebbe il migliore per Camarda.
“Francesco dovrebbe fare quel che doveva già fare un anno fa: in A ci arriverà di certo ma ora gli occorre continuità, per esempio andando in una squadra di B di alto livello, che gioca per vincere. L’anno scorso mi chiamò per chiedermi cosa pensassi del Lecce, gli risposi che aveva fatto una cavolata. Gli chiesi come mai aveva tutta questa fretta, alla sua età, di arrivare subito in A. Gli dissi che aveva bisogno di continuità, e che per trovarla occorreva abbassare il livello. Di Francesco è bravissimo, ma il Lecce gioca per salvarsi, gioca per lo più nella propria metà campo e per un attaccante diventa dura”.
Come valuta la situazione della prima squadra, passata dalla delusione di fine maggio alla rivoluzione di Cardinale?
“Una delusione simile non se l’aspettava nessuno, me compreso. Sono stato a contatto con Allegri tutto l’anno, vedevo tutti gli allenamenti, è un tecnico bravo e quello era un gruppo sano. Un gruppo che lavorava bene. Poi a un certo punto si è rotto qualcosa, ma non durante la settimana. Forse è stata la paura di non arrivare al traguardo”.
Le spiace che sia finito così presto il ciclo di Allegri?
“Secondo me aveva fatto un grande lavoro, mi spiace per lui anche se sono contento che ora il Milan abbia ritrovato un nuovo entusiasmo. Alla fine io dico sempre una cosa: puoi prendere gli allenatori più bravi del mondo, ma se non vengono supportati è dura per chiunque. Mi auguro che adesso ci sia unità di intenti in società”.
E’ quello che servirebbe anche in Federcalcio. A proposito, vent’anni fa lei festeggiava a Berlino…
“Il ricordo è sempre molto vivo, anche se sono passati già vent’anni. Mi auguro che questo cambio in federazione possa dare idee e soprattutto coraggio di cambiare qualcosa. Spero si metta un po’ più da parte la politica. Le nostre sconfitte più grandi sono state la vittoria al Mondiale e all’Europeo… Noi non abbiamo mai imparato né dalle sconfitte, né dalle vittorie”.
Maldini direttore tecnico sarebbe l’uomo giusto al posto giusto?
Gazzetta Mondiale: ogni notte un’edizione straordinaria esclusiva. Non perdertela, abbonati a 1€/mese!
“Assolutamente sì. Conosco Paolo, la sua serietà e il suo coraggio. Se accettasse vorrebbe dire che la Figc ha voglia di cambiare qualcosa. Non abbiamo bisogno di figurine, serve un uomo di calcio che conosca tutte le dinamiche".

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Su tantissime cose la pensa come me.

Ad esempio, conferma quello che tutti sanno tranne Moncada, è cioè che tra la C e la D c'è differenza eccome. Uno è professionismo, l'altro dilettanti, è difficile in quarta serie fuori dai PRO tenere o portare certi talenti che possano essere utili alla prima squadra.

Conferma la follia di Camarda, come diavolo fai ad andare in una delle peggiori squadre del campionato per % di occasioni da gol create, li ci mandi a crescere un difensore non certo un centravanti. Sta pagando la totale mancanza di umiltà sua e di chi ci sta attorno, doveva farsi un bel anno di B.
 
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Anche Barcellona e Bayern hanno la seconda squadra in quarta serie, ma con una differenza sostanziale: la loro filosofia di calcio parte da quando hanno 8 anni e la portano avanti con un’idea tecnico-tattica fissa e progressiva per fornire ai ragazzi una filosofia unica a prescindere da età e tipo di categoria. E poi c’è un’altra grande differenza: là i più bravi esordiscono in quarta serie a 14-15 anni, e a 18 in prima squadra. Da noi si festeggia se un 18enne debutta in D. E’ tardi. La follia è che si possa stare in Primavera fino a 20 anni, conosco ragazzi con oltre cento presenze in Primavera, perché magari bisogna vincere il campionato o giocare la Youth League: che senso ha? Come fai a migliorare? Per come la vedo io, il discorso è molto semplice: ho un ragazzo bravo? Lo faccio salire di categoria, lo mando sotto età, gli aumento il coefficiente di difficoltà. Così migliora, così lo porti avanti”.
Su questo ha ragione.
Uno in primavera a 20 anni è ridicolo.
Ma d'altronde a 28 anni venivano esaltate le apparizioni di Antonini come giovine prospetto.
 

Djici

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Massimo Oddo alla GDS:

Partiamo dal “mezzo secolo di vita”: sensazioni? Ha fatto effetto?

“Un minimo di effetto diciamo che lo fa… In realtà mi sento ancora un ragazzo, un ragazzo fortunato che ha tutto e nella vita ha ottenuto di tutto. Grandi emozioni e grandi traguardi”.
Ora qual è la sua ambizione?
“Mi sento assolutamente allenatore, quindi voglio tornare ad allenare ad alti livelli, facendolo con continuità. Cosa che ultimamente è successa poco a causa di svariate vicissitudini”.
Definisca meglio gli alti livelli.
“Io sono partito subito fortissimo, ho vinto la B e ho allenato in A, la maggior parte della mia carriera è stata in B. Diciamo che vorrei sistemarmi tra A e B. Poi c’è stato un ridimensionamento, dovuto a scelte e momenti sbagliati. Vorrei sposare un progetto che mi permetta di lavorare dall’inizio perché negli ultimi anni sono sempre subentrato, ed erano situazioni quasi disastrose. E quando è così dipendi da troppi fattori che non sono solo quelli del campo. Vorrei una squadra da costruire dall’inizio: quando subentri c’è solo l’ossessione del risultato”.
C’è qualcosa che bolle in pentola?

“Al momento, no. Aspettiamo”.
Il primo aggettivo che le viene in mente per descrivere l’esperienza appena conclusa con Milan Futuro?
“Sono contento di quello che ho fatto. Contento di aver migliorato i ragazzi, ho visto un percorso positivo. Diversi di loro partiranno con la prima squadra quest’anno. Dall’esterno si percepiva che dovessimo vincere il campionato di D, ma non era assolutamente così. Non mi è mai stato chiesto questo e comunque era un obiettivo quasi inarrivabile: noi abbiamo giocato con un’età media di 18-19 anni, parliamo di una categoria complessa. E poi c’erano giocatori che andavano e venivano tra prima squadra e Primavera, ti devi adattare alle esigenze di tutti. Il nostro unico obiettivo era migliorare i giovani, e dovevi farlo con quelli che avevi in quel momento. In pratica, non erano mai gli stessi, quindi la difficoltà più grande è creare un gruppo. Però non lo definirei un limite, è qualcosa che fa parte di quel progetto”.

Anche con Milan Futuro lei è arrivato in corso d’opera.
“Quando sono arrivato, l’unico obiettivo era salvare la squadra. Probabilmente sono stato chiamato un po’ troppo tardi: in proiezione, da quando sono subentrato io, in termini di media punti eravamo in piena zona playoff. Premesso questo, non avrei voluto fare la Serie D, è stato il Milan a convincermi perché ritenevano che fossi la persona adatta a guidare questi ragazzi. Sono rimasto volentieri, con l’intento di farli crescere e portarli in C. Questo non si è verificato e io non mi sentivo di fare un altro anno di D, che non fa per me. Ho lasciato un anno di contratto, senza chiedere un euro, perché per me la cosa più importante è essere motivati sul lavoro. E’ stata una scelta assolutamente mia”.
Quindi se foste stati promossi, sarebbe rimasto.
“In C sarebbe stato diverso perché mi sarei portato in una categoria superiore ragazzi che avevo già cresciuto e dei quali conoscevo i miglioramenti. Ragazzi che tra l’altro molto probabilmente in D non rimarranno”.
Ha preso il suo posto lo spagnolo Sergio Navarro: può avere un senso un tecnico straniero in una categoria così particolare?
“L’aspetto fondamentale è migliorare i giovani e lui è stato responsabile di settori giovanili importanti. La nazionalità non c’entra”.
Cosa significa avere la crescita dei ragazzi come obiettivo primario?
“Per esempio a volte migliorare i giocatori significa rinunciare a fare risultato. Devi privilegiare il giovane che ha bisogno di farsi le ossa, e non quello più anziano che sai già commetterebbe meno errori e che magari ti aiuterebbe a vincere la partita”.
E’ un’estate in cui i tifosi parlano molto di Ibrahimovic: come si è posto in ottica seconda squadra? E’ un progetto su cui in qualche modo ha messo il cappello.
“L’ho visto pochissimo al campo, ma lui non ha un ruolo tecnico nel Milan. E’ parte della proprietà, no? So che è molto interessato alla seconda squadra, si guardava tutte le partite, anche se non dal vivo. Dava dei principi, magari su alcuni aspetti tattici, ma concretamente non metteva becco in nulla. Il responsabile vero è Kirovski”.
In effetti si è parlato abbastanza anche di lui in queste settimane.
“E’ un dirigente molto attento ai giovani. Di ragazzi se ne intende. Ha pagato molto lo scotto di un campionato che non conosceva, e molte cose sono state di conseguenza sbagliate. Il suo messaggio è sempre stato quello di migliorare i giocatori, non quello di vincere. Il percorso del Milan U23 non deve essere quello della prima squadra”.
Quali sono le differenze principali tra C e D?
“La D è una categoria molto formativa. Il limite grande semmai sono i campi. La maggior parte delle partite giocate su campi buoni, le abbiamo vinte. E viceversa. Il motivo è chiaro: sui campi belli, dove potevi giocare a due tocchi, veniva fuori la nostra superiorità tecnica. Su campi brutti, al quarto tocco ti saltavano addosso e pagavi pesantemente in termini fisici. Il tema però per me va oltre Milan, Inter o Juve. E’ più ampio”.
Ovvero?
“Anche Barcellona e Bayern hanno la seconda squadra in quarta serie, ma con una differenza sostanziale: la loro filosofia di calcio parte da quando hanno 8 anni e la portano avanti con un’idea tecnico-tattica fissa e progressiva per fornire ai ragazzi una filosofia unica a prescindere da età e tipo di categoria. E poi c’è un’altra grande differenza: là i più bravi esordiscono in quarta serie a 14-15 anni, e a 18 in prima squadra. Da noi si festeggia se un 18enne debutta in D. E’ tardi. La follia è che si possa stare in Primavera fino a 20 anni, conosco ragazzi con oltre cento presenze in Primavera, perché magari bisogna vincere il campionato o giocare la Youth League: che senso ha? Come fai a migliorare? Per come la vedo io, il discorso è molto semplice: ho un ragazzo bravo? Lo faccio salire di categoria, lo mando sotto età, gli aumento il coefficiente di difficoltà. Così migliora, così lo porti avanti”.

Il caso Liberali: prima lasciato andare, poi tornato di moda. Lo ha chiamato persino Cardinale, invano. Tutto un po’ surreale.

“Perdere un giocatore ci può stare, qualcuno esplode prima e un altro dopo. Ci sta un errore di valutazione. Io stesso ho fatto diversi anni di prestito in giro per l’Italia e quando sono esploso a Napoli il Milan mi ha venduto al Verona. Io pensavo di tornare in rossonero. Dopo cinque anni mi hanno ricomprato pagandomi il triplo. Il problema di base di questi ragazzi riguarda i percorsi che si fa fare loro. Il più delle volte sono sbagliati. Liberali l’anno scorso giocava in seconda squadra, ha esordito in prima, poi si è ritrovato in Primavera. Bisogna capire che sono ragazzi, immaginate stare nella testa di quel ragazzino, sono situazioni complicate da gestire”.
A proposito di percorsi, allora: parliamo di quello che secondo lei sarebbe il migliore per Camarda.
“Francesco dovrebbe fare quel che doveva già fare un anno fa: in A ci arriverà di certo ma ora gli occorre continuità, per esempio andando in una squadra di B di alto livello, che gioca per vincere. L’anno scorso mi chiamò per chiedermi cosa pensassi del Lecce, gli risposi che aveva fatto una cavolata. Gli chiesi come mai aveva tutta questa fretta, alla sua età, di arrivare subito in A. Gli dissi che aveva bisogno di continuità, e che per trovarla occorreva abbassare il livello. Di Francesco è bravissimo, ma il Lecce gioca per salvarsi, gioca per lo più nella propria metà campo e per un attaccante diventa dura”.
Come valuta la situazione della prima squadra, passata dalla delusione di fine maggio alla rivoluzione di Cardinale?
“Una delusione simile non se l’aspettava nessuno, me compreso. Sono stato a contatto con Allegri tutto l’anno, vedevo tutti gli allenamenti, è un tecnico bravo e quello era un gruppo sano. Un gruppo che lavorava bene. Poi a un certo punto si è rotto qualcosa, ma non durante la settimana. Forse è stata la paura di non arrivare al traguardo”.
Le spiace che sia finito così presto il ciclo di Allegri?
“Secondo me aveva fatto un grande lavoro, mi spiace per lui anche se sono contento che ora il Milan abbia ritrovato un nuovo entusiasmo. Alla fine io dico sempre una cosa: puoi prendere gli allenatori più bravi del mondo, ma se non vengono supportati è dura per chiunque. Mi auguro che adesso ci sia unità di intenti in società”.
E’ quello che servirebbe anche in Federcalcio. A proposito, vent’anni fa lei festeggiava a Berlino…
“Il ricordo è sempre molto vivo, anche se sono passati già vent’anni. Mi auguro che questo cambio in federazione possa dare idee e soprattutto coraggio di cambiare qualcosa. Spero si metta un po’ più da parte la politica. Le nostre sconfitte più grandi sono state la vittoria al Mondiale e all’Europeo… Noi non abbiamo mai imparato né dalle sconfitte, né dalle vittorie”.
Maldini direttore tecnico sarebbe l’uomo giusto al posto giusto?
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