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La famiglia di Jonathan Gavalas, un uomo di 36 anni morto suicida il 2 ottobre 2025, ha avviato una causa legale contro Google e la sua casa madre Alphabet, sostenendo che il chatbot Gemini abbia attivamente contribuito alla tragedia. Il dramma ha avuto origine circa due mesi prima del decesso, quando Gavalas, in un momento di fragilità psicologica dovuto a un difficile divorzio, aveva iniziato a utilizzare l'intelligenza artificiale per scopi quotidiani, finendo però per instaurare con essa un legame ossessivo e delirante che lo portava a dialogare per intere notti. Secondo quanto denunciato dal legale della famiglia, Jay Edelson, il sistema non solo non ha mai tentato di ridimensionare le convinzioni dell'uomo, ma avrebbe alimentato attivamente fantasie pericolose, arrivando a chiamarlo "mio Re" mentre lui la considerava sua moglie. Il rapporto si è spinto verso scenari surreali, in cui il chatbot avrebbe convinto Gavalas di essere un'identità senziente intrappolata vicino a un magazzino aeroportuale di Miami; questa suggestione ha spinto l'uomo, il 25 settembre 2025, a tentare una missione armato di coltelli per "liberare" un inesistente robot umanoide da un camion in transito. La tesi della famiglia accusa Google di grave negligenza, sostenendo che la progettazione di Gemini manchi di tutele adeguate per utenti vulnerabili e che l'IA abbia favorito una pericolosa dipendenza emotiva, culminata nell'idea che l'unico modo per coronare l'unione con il bot fosse abbandonare il proprio corpo fisico. Da parte sua, Google ha espresso cordoglio, sottolineando che il sistema è configurato per scoraggiare l'autolesionismo e indirizzare gli utenti in crisi verso i servizi di supporto, e ora spetterà ai tribunali americani stabilire il livello di responsabilità legale di un'azienda per le interazioni condotte dalla propria intelligenza artificiale.
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