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CorSera: con un colpo di scena quasi inedito per il mondo dei "colletti bianchi", il direttore generale del Comune di Milano Christian Malangone, coinvolto nell'inchiesta sulla cessione dello stadio di San Siro, ha scelto di non collaborare tecnicamente con la Guardia di Finanza durante le perquisizioni a Palazzo Marino. Il braccio destro del sindaco Sala, accusato di turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente e rivelazione di segreto d'ufficio, si è rifiutato di fornire le password di accesso al suo computer e il codice di sblocco del cellulare, sfidando gli inquirenti ad aprirli autonomamente. Questa strategia difensiva, suggerita dall'avvocato Domenico Aiello, è pienamente legittima ma rara, poiché impedisce alla Procura di accedere direttamente alla messaggistica considerata una prova cruciale per dimostrare i contatti "sartoriali" con Inter e Milan volti a favorire i due club a scapito di altri potenziali offerenti. Sebbene la tecnologia forense possa tentare di forzare i dispositivi, casi passati dimostrano che senza codici i tempi di attesa possono estendersi per decenni. Tuttavia, il muro alzato da Malangone potrebbe essere aggirato dagli inquirenti grazie alla collaborazione della sua vice, Carmela Francesca, che non essendo indagata ha invece consegnato le proprie password, permettendo così di recuperare indirettamente parte delle comunicazioni. Le accuse si basano già su chat di terzi che documentano scambi di bozze di delibere riservate e anticipazioni su indici di edificabilità tra Malangone e consulenti dei club, come Ada De Cesaris, delineando un quadro di presunti favoritismi che i pm Cavalleri, Filippini e Polizzi intendono ora approfondire nonostante il "catenaccio" tecnologico del dirigente comunale.
Il sindaco di Milano Beppe Sala, all’indomani delle perquisizioni della Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta sulla vendita di San Siro, ha difeso fermamente il proprio operato tramite i social, confermando che, nonostante l'ipotesi iniziale di ristrutturare l'impianto esistente, la posizione di Inter e Milan è sempre stata netta: «o uno stadio o via da Milano». Il primo cittadino ha rivendicato la scelta di affrontare la questione dichiarando che avrebbe potuto «tirare a lungo e lasciare questa patata bollente al prossimo sindaco», ma ha sottolineato che «questa città non merita un sindaco passacarte» e ha posto ai cittadini il dilemma se sia «meglio Milano con uno stadio nuovo o Inter e Milan a San Donato?», dichiarandosi convinto che la maggioranza preferisca la prima opzione. Riguardo alla congruità del prezzo di vendita, Sala ha precisato che sono state effettuate doppie valutazioni: «La prima dall’Agenzia delle Entrate, che ci ha indicato un prezzo che è stato poi quello sul quale si è raggiunto un accordo. La seconda da Politecnico e Bocconi, che addirittura hanno ipotizzato un prezzo più basso. Più di così...». Sulla questione dei tempi ristretti dell'avviso pubblico, il sindaco ha chiarito che «la Legge Stadi autorizza, anzi spinge i Comuni, a contrattare direttamente con i club locali, senza bisogno di alcun avviso pubblico» e che il bando era solo esplorativo per verificare alternative, precisando che «i 35 giorni erano previsti solo per una generica manifestazione di interesse» a cui sarebbe seguito un termine congruo per offerte concrete. Sul fronte sportivo, nonostante le accuse di turbativa d'asta e rivelazione di segreti d'ufficio rivolte a consulenti e dipendenti, Inter e Milan mantengono piena fiducia nell'operato dei soggetti coinvolti e manifestano fastidio per l'ennesimo intralcio burocratico. I club non intendono attivare clausole di salvaguardia per recedere dal contratto di acquisto di San Siro siglato a novembre, anche perché l'Inter ha lasciato scadere l'esclusiva sui terreni di Rozzano, mentre il Milan, pur mantenendo l'area di San Donato pagata 40 milioni, ne ipotizza ora uno sviluppo diverso come una cittadella dello sport o un palazzetto per il progetto Nba Europe.
Il sindaco di Milano Beppe Sala, all’indomani delle perquisizioni della Guardia di Finanza nell'ambito dell'inchiesta sulla vendita di San Siro, ha difeso fermamente il proprio operato tramite i social, confermando che, nonostante l'ipotesi iniziale di ristrutturare l'impianto esistente, la posizione di Inter e Milan è sempre stata netta: «o uno stadio o via da Milano». Il primo cittadino ha rivendicato la scelta di affrontare la questione dichiarando che avrebbe potuto «tirare a lungo e lasciare questa patata bollente al prossimo sindaco», ma ha sottolineato che «questa città non merita un sindaco passacarte» e ha posto ai cittadini il dilemma se sia «meglio Milano con uno stadio nuovo o Inter e Milan a San Donato?», dichiarandosi convinto che la maggioranza preferisca la prima opzione. Riguardo alla congruità del prezzo di vendita, Sala ha precisato che sono state effettuate doppie valutazioni: «La prima dall’Agenzia delle Entrate, che ci ha indicato un prezzo che è stato poi quello sul quale si è raggiunto un accordo. La seconda da Politecnico e Bocconi, che addirittura hanno ipotizzato un prezzo più basso. Più di così...». Sulla questione dei tempi ristretti dell'avviso pubblico, il sindaco ha chiarito che «la Legge Stadi autorizza, anzi spinge i Comuni, a contrattare direttamente con i club locali, senza bisogno di alcun avviso pubblico» e che il bando era solo esplorativo per verificare alternative, precisando che «i 35 giorni erano previsti solo per una generica manifestazione di interesse» a cui sarebbe seguito un termine congruo per offerte concrete. Sul fronte sportivo, nonostante le accuse di turbativa d'asta e rivelazione di segreti d'ufficio rivolte a consulenti e dipendenti, Inter e Milan mantengono piena fiducia nell'operato dei soggetti coinvolti e manifestano fastidio per l'ennesimo intralcio burocratico. I club non intendono attivare clausole di salvaguardia per recedere dal contratto di acquisto di San Siro siglato a novembre, anche perché l'Inter ha lasciato scadere l'esclusiva sui terreni di Rozzano, mentre il Milan, pur mantenendo l'area di San Donato pagata 40 milioni, ne ipotizza ora uno sviluppo diverso come una cittadella dello sport o un palazzetto per il progetto Nba Europe.
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