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Ibra intervistato da Fox News:"Provenivo da un contesto sociale differente rispetto ad altri. Molte persone con il mio stesso background non hanno avuto il mio successo, proprio perché sono partito da una situazione difficile. Guardando avanti, so di aver aperto la porta a molti atleti che provenivano dalle mie stesse condizioni. Quando avevo 17 anni un mio compagno di squadra, che era in prova con noi al Malmö in Svezia, dopo una settimana mi disse: ‘Se non ce la fai, sarà solo colpa tua’. Quella frase mi fece riflettere molto sul suo reale significato. Ho capito che dipendeva tutto da me, che dovevo decidere da solo il mio destino e che avrei dovuto semplicemente lavorare duro per ottenerlo. Ho sempre avuto la fiducia totale di farcela. A causa della situazione in cui mi trovavo, ho dovuto lavorare molto più degli altri per mettermi in mostra e ottenere delle opportunità. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista, mi sentivo letteralmente volare.”
“Ho cambiato molte squadre nella mia vita. Non sono il tipo di giocatore rimasto nello stesso club per 20 o 25 anni, perché a me piace da sempre sfidare me stesso. La mia prima esperienza all’estero, fuori dalla mia zona di comfort, è stata all’Ajax. Era una squadra perfetta per crescere, anche se giocava regolarmente in Champions League. Il livello generale del campionato non era però lo stesso di Premier League, Serie A o La Liga. Sono andato lì proprio per sviluppare il mio stile di gioco, grazie al loro modo di stare in campo. All’inizio è stato difficile, tanto che il primo anno chiamai il mio vecchio club dicendo che volevo tornare indietro. Il terzo anno, invece, l’Ajax era diventato la mia zona di comfort e la mia vera casa. Il primo allenatore che ho avuto lì non mi ha rivolto la parola per otto mesi. Io parlavo spesso con il direttore sportivo per chiedergli come stesse andando, ma quel metodo non funzionava con me perché mi sentivo un po’ perso. Poi sono passato sul grande palcoscenico, giocando con calciatori che prima usavo solo alla PlayStation. All’inizio mi vedevano come una persona senza rispetto, ma sul campo ho dimostrato a tutti di essere più forte di chiunque mi circondasse.”
"Il mio riferimento? Ronaldo il Fenomeno era il mio preferito in assoluto. Quando guardi i grandi giocatori e provi a copiarli, lui era esattamente quel tipo di calciatore. Lo cercavo continuamente su YouTube per memorizzare ogni sua singola azione sul campo, è stato il mio unico vero esempio.”
"La rovesciata contro l'Inghilterra? I tifosi inglesi non mi hanno mai amato molto, semplicemente perché non avevo mai segnato prima contro di loro e mi vedevano solo come una primadonna con il codino. Anche se si trattava di una partita amichevole, mi sono detto che avrei mostrato loro chi fossi veramente. Stavamo vincendo 3-2 e alla fine ho segnato tre gol totali. In quell’azione il portiere ha rinviato la palla sopra di me. Mentre lui saltava io mi sono girato subito di spalle, perché sapevo più o meno dove voleva indirizzare il pallone dietro di me. Appena mi sono voltato ci ho provato. Da vero attaccante, io so sempre esattamente dove si trova la porta. Vi posso assicurare che 9 giocatori su 10 non avrebbero mai fatto una cosa simile, perché avrebbero preferito stoppare la palla e perdere tempo. Solo i geni fanno quello che ho fatto io in quel momento. Devi rischiare per farcela, altrimenti non avrai mai successo nella vita, e io ero abituato a rischiare sempre. Si tratta di una questione prettamente mentale, e io penso che la testa conti per più del 50% all’interno del gioco.”
"Io leader? Si può essere leader in molti modi differenti. Ad esempio, adesso al Milan abbiamo Modric. Lui è un leader assoluto ma non è uno di quelli che parla tanto a voce. Non parla molto, eppure è una guida totale sul terreno di gioco. Fa il leader sul campo con la sua immensa qualità e le sue straordinarie abilità. Poi ci sono i leader che sono più schietti e loquaci a parole. È tutta una questione che riguarda la parte mentale del calciatore. Io sono cresciuto in un ambiente molto aggressivo, ma per noi quella foga era la normalità. Se una terza persona da fuori lo guardasse adesso, penserebbe che sia un atteggiamento troppo aggressivo. Io davo il meglio di me stesso quando ero arrabbiato, quindi cercavo sempre quel pulsante mentale per accendere la mia rabbia. Quando ero arrabbiato in campo prestavo molta più attenzione a ogni dettaglio.”
Non mi sono mai goduto appieno nessuna delle mie vittorie in carriera. Ho sempre desiderato qualcosa in più, subito dopo. Ma anche adesso, come persona, se mi guardo indietro so bene di aver fatto grandi cose, eppure non sono ancora soddisfatto perché voglio di più. E questo mi succede nonostante io non giochi nemmeno più a calcio.”
"I fischi ricevuti? Ricordo bene quando arrivai all’Ajax ed ero praticamente un perfetto sconosciuto. Nessuno sapeva chi fossi e un giornalista mi chiese: ‘Quando giochi in trasferta ti fischiano oppure no?’. Io risposi di sì, specificando che quando ti fischiano significa che sei un ottimo giocatore. Giocare fuori casa è decisamente più difficile perché hai tutto lo stadio contro, ma questo ti dà una carica pazzesca. L’energia che proveniva dal pubblico avversario mi pompava il sangue nelle vene.”
Ogni club in cui sono arrivato mi ha trasmesso qualcosa di importante, sia in senso positivo che in senso negativo. Quando ho iniziato a giocare con i grandi campioni, come ad esempio è successo alla Juventus, ho capito finalmente come funzionavano le cose a certi livelli. Quando sono arrivato nel calcio d’élite c’era una preparazione maniacale per ogni aspetto: la colazione, il recupero fisico e tutte queste cose andavano di pari passo. Chiunque può arrivare in cima, ma la cosa più difficile in assoluto è riuscire a restare al top.”
I mondiali? Il Mondiale rappresenta l’evento finale di una stagione intera. Devi essere al massimo della forma esattamente in quel preciso momento. Io venivo dalla Svezia e le aspettative sulla nostra nazionale erano sempre basse, tranne che per quanto riguardava me. Avevamo pochissimo tempo per preparare il Mondiale, solo poche settimane, e ti ritrovi a dover giocare con compagni che non conosci nemmeno benissimo. Anche durante la preparazione non dovevi esagerare con i carichi di lavoro, perché ti trovavi all’undicesimo mese di una stagione che normalmente ne dura otto. Si tratta solo di mantenersi in forma, recuperare bene, prendersi il proprio tempo, magari non fare una vera vacanza ma raccogliere le energie necessarie e prepararsi mentalmente per la competizione. Stai rappresentando il tuo intero Paese ed è bellissimo, anche perché si affrontano culture calcistiche totalmente differenti tra loro.”
Ogni Paese ha la sua cultura e il suo modo specifico di fare le cose. Noi eravamo soliti fare molto team building. Fuori dal campo ci riunivamo spesso per fare diversi eventi ed esercizi mirati, sia per la mente che per lo spirito di squadra. La Svezia come cultura generale è piuttosto morbida e gentile. Io ero totalmente diverso rispetto a loro, pretendevo sempre il massimo e pretendevo che si chiedesse di più, mentre in Svezia l’atteggiamento comune è più un ‘vediamo cosa succede’.”
"Provenivo da una situazione di club in cui le aspettative erano sempre altissime. O vinci o la società compra un nuovo giocatore al posto tuo, quindi devi performare sempre e comunque. Ho cercato di portare i miei compagni svedesi fino al mio livello, perché non sarei mai sceso io al loro. Ho provato a spingere chiunque oltre il limite. A volte sono stato troppo duro, tanto che ho avuto compagni di squadra che hanno persino pianto per i miei modi. Io credo fermamente che il modo in cui ti alleni sia esattamente il modo in cui poi giocherai le partite, non esistono segreti. Se performi al massimo in allenamento, lo farai anche in gara. In Svezia l’80% dei giocatori non faceva parte dei top 5 campionati europei, quindi era difficile, perché la mia mentalità era totalmente differente dalla loro.”
"La last dance al Milan da leader? Durante la mia seconda esperienza al Milan non ho giocato con dei grandissimi campioni. Ho giocato con calciatori normali, ma ho messo una pressione enorme su ognuno di loro. Erano buoni giocatori ma io ero la guida assoluta della squadra e loro stavano semplicemente aspettando me. Quel periodo è stato davvero speciale per me, perché si trattava di dare qualcosa indietro al club e non di prendere. Quando sei giovane pensi solo a te stesso, ma quando accumuli esperienza e invecchi capisci che è importante restituire, perché non hai più lo stesso ego di prima. Così, in quei momenti in cui l’intero stadio avversario mi fischiava, nella mia testa partiva un film e pensavo: ‘Aspettate solo che io faccia gol, poi voglio proprio sentire i vostri fischi’.”
"La paura? Un briciolo di paura lo avrai sempre dentro di te, semplicemente perché le cose non possono andare sempre e solo per il verso giusto. La paura però non deve mai controllarti in nessun modo, sei tu che devi controllare la paura.”
In Europa i tifosi sono totalmente diversi rispetto al resto del mondo. Ho giocato in Italia, in Francia, in Spagna, in Inghilterra e anche negli Stati Uniti. Penso che gli USA abbiano in assoluto i tifosi più morbidi e tranquilli. Il sistema negli Stati Uniti prevede una stagione regolare in cui l’unico obiettivo è raggiungere i playoff. Anche quando perdevamo delle partite i tifosi dicevano: ‘Non preoccuparti, dobbiamo solo raggiungere i playoff’. Io invece mi preoccupavo eccome, perché perdere non è mai bello.
In Europa le pressioni sono altissime. In Italia, dove ho trascorso moltissimo tempo, il calcio non è solo essere tifosi, è una vera e propria religione. Se giochi per la loro squadra, qualunque essa sia, il club è più importante della loro stessa famiglia. Questo succede perché le persone nascono già milaniste, juventine o interiste. Tu stai giocando in una squadra che appartiene a loro.
Quando le cose vanno bene cantano tutti, ma quando vanno male devi essere forte, sia mentalmente che come persona. Ci sono state situazioni in cui diecimila persone ci aspettavano fuori dai cancelli dell’allenamento. Arrivi con l’auto e iniziano a colpirti la vettura, quindi se hai una bella macchina è meglio sapere bene con quale mezzo presentarsi. A volte venivamo al campo con auto di basso profilo, così potevano prenderle a calci tranquillamente. Potete solo immaginare la pressione, l’intensità e il calore dei tifosi. Ma succede l’esatto contrario quando le cose vanno bene: ti fanno volare, anche se devi mantenere un equilibrio costante perché quando voli rischi di rilassarti troppo.
Abbiamo vissuto situazioni in cui i tifosi volevano entrare in campo per raggiungere i giocatori. Nel mio mondo non credo che qualcuno provi a fare qualcosa apposta per fallire, ma nel mondo dei tifosi loro ragionano in modo diverso. Siamo esseri umani anche noi e commettiamo errori, ma il calore della piazza è enorme. Le pressioni arrivano da ogni singola parte: dal club, dai media, soprattutto quando hai un grande contratto, e dai tifosi.
Io ho sempre vinto ovunque sia andato, quindi sono sempre stato dalla parte buona. Ci sono stati momenti di forte tensione, ma io non mi tiro mai indietro davanti a nessuno perché ero lì solo per vincere e rendere le persone orgogliose.”
“Ho cambiato molte squadre nella mia vita. Non sono il tipo di giocatore rimasto nello stesso club per 20 o 25 anni, perché a me piace da sempre sfidare me stesso. La mia prima esperienza all’estero, fuori dalla mia zona di comfort, è stata all’Ajax. Era una squadra perfetta per crescere, anche se giocava regolarmente in Champions League. Il livello generale del campionato non era però lo stesso di Premier League, Serie A o La Liga. Sono andato lì proprio per sviluppare il mio stile di gioco, grazie al loro modo di stare in campo. All’inizio è stato difficile, tanto che il primo anno chiamai il mio vecchio club dicendo che volevo tornare indietro. Il terzo anno, invece, l’Ajax era diventato la mia zona di comfort e la mia vera casa. Il primo allenatore che ho avuto lì non mi ha rivolto la parola per otto mesi. Io parlavo spesso con il direttore sportivo per chiedergli come stesse andando, ma quel metodo non funzionava con me perché mi sentivo un po’ perso. Poi sono passato sul grande palcoscenico, giocando con calciatori che prima usavo solo alla PlayStation. All’inizio mi vedevano come una persona senza rispetto, ma sul campo ho dimostrato a tutti di essere più forte di chiunque mi circondasse.”
"Il mio riferimento? Ronaldo il Fenomeno era il mio preferito in assoluto. Quando guardi i grandi giocatori e provi a copiarli, lui era esattamente quel tipo di calciatore. Lo cercavo continuamente su YouTube per memorizzare ogni sua singola azione sul campo, è stato il mio unico vero esempio.”
"La rovesciata contro l'Inghilterra? I tifosi inglesi non mi hanno mai amato molto, semplicemente perché non avevo mai segnato prima contro di loro e mi vedevano solo come una primadonna con il codino. Anche se si trattava di una partita amichevole, mi sono detto che avrei mostrato loro chi fossi veramente. Stavamo vincendo 3-2 e alla fine ho segnato tre gol totali. In quell’azione il portiere ha rinviato la palla sopra di me. Mentre lui saltava io mi sono girato subito di spalle, perché sapevo più o meno dove voleva indirizzare il pallone dietro di me. Appena mi sono voltato ci ho provato. Da vero attaccante, io so sempre esattamente dove si trova la porta. Vi posso assicurare che 9 giocatori su 10 non avrebbero mai fatto una cosa simile, perché avrebbero preferito stoppare la palla e perdere tempo. Solo i geni fanno quello che ho fatto io in quel momento. Devi rischiare per farcela, altrimenti non avrai mai successo nella vita, e io ero abituato a rischiare sempre. Si tratta di una questione prettamente mentale, e io penso che la testa conti per più del 50% all’interno del gioco.”
"Io leader? Si può essere leader in molti modi differenti. Ad esempio, adesso al Milan abbiamo Modric. Lui è un leader assoluto ma non è uno di quelli che parla tanto a voce. Non parla molto, eppure è una guida totale sul terreno di gioco. Fa il leader sul campo con la sua immensa qualità e le sue straordinarie abilità. Poi ci sono i leader che sono più schietti e loquaci a parole. È tutta una questione che riguarda la parte mentale del calciatore. Io sono cresciuto in un ambiente molto aggressivo, ma per noi quella foga era la normalità. Se una terza persona da fuori lo guardasse adesso, penserebbe che sia un atteggiamento troppo aggressivo. Io davo il meglio di me stesso quando ero arrabbiato, quindi cercavo sempre quel pulsante mentale per accendere la mia rabbia. Quando ero arrabbiato in campo prestavo molta più attenzione a ogni dettaglio.”
Non mi sono mai goduto appieno nessuna delle mie vittorie in carriera. Ho sempre desiderato qualcosa in più, subito dopo. Ma anche adesso, come persona, se mi guardo indietro so bene di aver fatto grandi cose, eppure non sono ancora soddisfatto perché voglio di più. E questo mi succede nonostante io non giochi nemmeno più a calcio.”
"I fischi ricevuti? Ricordo bene quando arrivai all’Ajax ed ero praticamente un perfetto sconosciuto. Nessuno sapeva chi fossi e un giornalista mi chiese: ‘Quando giochi in trasferta ti fischiano oppure no?’. Io risposi di sì, specificando che quando ti fischiano significa che sei un ottimo giocatore. Giocare fuori casa è decisamente più difficile perché hai tutto lo stadio contro, ma questo ti dà una carica pazzesca. L’energia che proveniva dal pubblico avversario mi pompava il sangue nelle vene.”
Ogni club in cui sono arrivato mi ha trasmesso qualcosa di importante, sia in senso positivo che in senso negativo. Quando ho iniziato a giocare con i grandi campioni, come ad esempio è successo alla Juventus, ho capito finalmente come funzionavano le cose a certi livelli. Quando sono arrivato nel calcio d’élite c’era una preparazione maniacale per ogni aspetto: la colazione, il recupero fisico e tutte queste cose andavano di pari passo. Chiunque può arrivare in cima, ma la cosa più difficile in assoluto è riuscire a restare al top.”
I mondiali? Il Mondiale rappresenta l’evento finale di una stagione intera. Devi essere al massimo della forma esattamente in quel preciso momento. Io venivo dalla Svezia e le aspettative sulla nostra nazionale erano sempre basse, tranne che per quanto riguardava me. Avevamo pochissimo tempo per preparare il Mondiale, solo poche settimane, e ti ritrovi a dover giocare con compagni che non conosci nemmeno benissimo. Anche durante la preparazione non dovevi esagerare con i carichi di lavoro, perché ti trovavi all’undicesimo mese di una stagione che normalmente ne dura otto. Si tratta solo di mantenersi in forma, recuperare bene, prendersi il proprio tempo, magari non fare una vera vacanza ma raccogliere le energie necessarie e prepararsi mentalmente per la competizione. Stai rappresentando il tuo intero Paese ed è bellissimo, anche perché si affrontano culture calcistiche totalmente differenti tra loro.”
Ogni Paese ha la sua cultura e il suo modo specifico di fare le cose. Noi eravamo soliti fare molto team building. Fuori dal campo ci riunivamo spesso per fare diversi eventi ed esercizi mirati, sia per la mente che per lo spirito di squadra. La Svezia come cultura generale è piuttosto morbida e gentile. Io ero totalmente diverso rispetto a loro, pretendevo sempre il massimo e pretendevo che si chiedesse di più, mentre in Svezia l’atteggiamento comune è più un ‘vediamo cosa succede’.”
"Provenivo da una situazione di club in cui le aspettative erano sempre altissime. O vinci o la società compra un nuovo giocatore al posto tuo, quindi devi performare sempre e comunque. Ho cercato di portare i miei compagni svedesi fino al mio livello, perché non sarei mai sceso io al loro. Ho provato a spingere chiunque oltre il limite. A volte sono stato troppo duro, tanto che ho avuto compagni di squadra che hanno persino pianto per i miei modi. Io credo fermamente che il modo in cui ti alleni sia esattamente il modo in cui poi giocherai le partite, non esistono segreti. Se performi al massimo in allenamento, lo farai anche in gara. In Svezia l’80% dei giocatori non faceva parte dei top 5 campionati europei, quindi era difficile, perché la mia mentalità era totalmente differente dalla loro.”
"La last dance al Milan da leader? Durante la mia seconda esperienza al Milan non ho giocato con dei grandissimi campioni. Ho giocato con calciatori normali, ma ho messo una pressione enorme su ognuno di loro. Erano buoni giocatori ma io ero la guida assoluta della squadra e loro stavano semplicemente aspettando me. Quel periodo è stato davvero speciale per me, perché si trattava di dare qualcosa indietro al club e non di prendere. Quando sei giovane pensi solo a te stesso, ma quando accumuli esperienza e invecchi capisci che è importante restituire, perché non hai più lo stesso ego di prima. Così, in quei momenti in cui l’intero stadio avversario mi fischiava, nella mia testa partiva un film e pensavo: ‘Aspettate solo che io faccia gol, poi voglio proprio sentire i vostri fischi’.”
"La paura? Un briciolo di paura lo avrai sempre dentro di te, semplicemente perché le cose non possono andare sempre e solo per il verso giusto. La paura però non deve mai controllarti in nessun modo, sei tu che devi controllare la paura.”
In Europa i tifosi sono totalmente diversi rispetto al resto del mondo. Ho giocato in Italia, in Francia, in Spagna, in Inghilterra e anche negli Stati Uniti. Penso che gli USA abbiano in assoluto i tifosi più morbidi e tranquilli. Il sistema negli Stati Uniti prevede una stagione regolare in cui l’unico obiettivo è raggiungere i playoff. Anche quando perdevamo delle partite i tifosi dicevano: ‘Non preoccuparti, dobbiamo solo raggiungere i playoff’. Io invece mi preoccupavo eccome, perché perdere non è mai bello.
In Europa le pressioni sono altissime. In Italia, dove ho trascorso moltissimo tempo, il calcio non è solo essere tifosi, è una vera e propria religione. Se giochi per la loro squadra, qualunque essa sia, il club è più importante della loro stessa famiglia. Questo succede perché le persone nascono già milaniste, juventine o interiste. Tu stai giocando in una squadra che appartiene a loro.
Quando le cose vanno bene cantano tutti, ma quando vanno male devi essere forte, sia mentalmente che come persona. Ci sono state situazioni in cui diecimila persone ci aspettavano fuori dai cancelli dell’allenamento. Arrivi con l’auto e iniziano a colpirti la vettura, quindi se hai una bella macchina è meglio sapere bene con quale mezzo presentarsi. A volte venivamo al campo con auto di basso profilo, così potevano prenderle a calci tranquillamente. Potete solo immaginare la pressione, l’intensità e il calore dei tifosi. Ma succede l’esatto contrario quando le cose vanno bene: ti fanno volare, anche se devi mantenere un equilibrio costante perché quando voli rischi di rilassarti troppo.
Abbiamo vissuto situazioni in cui i tifosi volevano entrare in campo per raggiungere i giocatori. Nel mio mondo non credo che qualcuno provi a fare qualcosa apposta per fallire, ma nel mondo dei tifosi loro ragionano in modo diverso. Siamo esseri umani anche noi e commettiamo errori, ma il calore della piazza è enorme. Le pressioni arrivano da ogni singola parte: dal club, dai media, soprattutto quando hai un grande contratto, e dai tifosi.
Io ho sempre vinto ovunque sia andato, quindi sono sempre stato dalla parte buona. Ci sono stati momenti di forte tensione, ma io non mi tiro mai indietro davanti a nessuno perché ero lì solo per vincere e rendere le persone orgogliose.”
