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Il presidente dimissionario della FIGC, Gabriele Gravina, ha deciso di pubblicare integralmente la sua relazione programmatica per denunciare «troppe imprecisioni e troppe falsità» sul suo operato e fare chiarezza sulle reali competenze di Federazione, Leghe e istituzioni. Il documento analizza le criticità sistemiche del calcio italiano, evidenziando un'età media elevata, un utilizzo massiccio di stranieri (67,9% dei minuti giocati) e perdite annuali per 730 milioni di euro, sottolineando un gap infrastrutturale preoccupante rispetto agli standard europei. Gravina individua i principali ostacoli allo sviluppo negli effetti del decreto legislativo 36/2021 sull'abolizione del vincolo sportivo e nell'emendamento Mulè, che ha trasformato l'autonomia delle Leghe in un "diritto di veto" capace di bloccare ogni riforma dei campionati. Il presidente punta il dito anche contro l'impossibilità di rafforzare i criteri di ammissione ai tornei, rinfacciando al ministro Abodi come questo fosse un suo punto programmatico del 2017, e chiarisce che l'obbligo di utilizzare calciatori italiani è inattuabile per il principio di libera circolazione dei lavoratori. Nella relazione emerge inoltre la denuncia per la mancata collaborazione sui calendari, con il riferimento allo stage negato al CT Gattuso, e il duro attacco alla politica per l'assenza di sostegni concreti sugli stadi in vista di Euro 2032, a differenza di quanto fatto per altri grandi eventi sportivi. Tra le proposte per il rilancio, Gravina indica il "diritto alla scommessa" con l'1% dei proventi dal betting destinato al calcio, il ripristino del Decreto Crescita, incentivi per le strutture e gli Under 23, concludendo con amarezza che «l'unico modo di intervenire è farlo in maniera radicale» e che, senza un supporto corale del Governo e di tutte le componenti federali, «nessun singolo individuo può determinare il rilancio del calcio italiano». CorSera.