De Sciglio:"Milan, non sorridevo più. Usato da Montella".

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L'ex rossonero De Sciglio al CorSera:"Mi sto allenando ogni giorno per farmi trovare pronto. Non ho alcuna intenzione di smettere, sto bene e posso dare ancora tanto. Non vedo l’ora di tornare in campo".

"Il Milan? Stavo vivendo un sogno. Ero un tifoso milanista che indossava la maglia rossonera e Maldini era il mio idolo" racconta De Sciglio. Che svela: "E pensare che avrei potuto giocare nell'Inter. nerazzurri mi avevano chiamato per un provino, ma ero stato scartato perché piccolo fisicamente. Poco dopo è arrivato il Milan, meglio così. Ho fatto tutto il settore giovanile fino all’esordio in Champions a 18 anni".

"I fischi? Una parte della tifoseria e della stampa mi aveva individuato come colpevole di quella situazione, aspettavano un minimo errore per criticarmi. I miei social si riempivano di insulti e cattiverie. Eppure, mi ero sempre comportato bene. Non capivo".

"Io in realtà non avevo ancora parlato con nessuno. Quelle voci, però, non fecero altro che aumentare le critiche nei miei confronti. Quel sogno che avevo da bambino si era rivelato un incubo, La fascia era un altro pretesto per attaccarmi. Ero diventato il capro espiatorio. Per fortuna tra i tifosi c’era comunque chi mi sosteneva".

"Milan Empoli punto di non ritorno? Eravamo sotto di due goal. Al 70’ Montella aveva deciso di togliermi. Ero arrabbiato. Un cambio che non ho mai capito. Mi è sembrato solo un modo di usare me e ciò che stavo passando per distogliere l’attenzione dalle difficoltà dell’intera squadra. Mentre uscivo, una pioggia di fischi si è abbattuta su di me. Quel giorno ho compreso che non potevo più continuare così, la mia storia a Milano era finita. Ero giovane, non avevo gli strumenti per affrontare ciò che mi stava succedendo. Quell’accanimento mi feriva, non sorridevo più. Mi ero chiuso in casa. Anche solo l’idea di uscire a cena mi faceva sentire sbagliato. Forse definirla depressione è troppo, ma ho provato uno stato di malessere. Avevo perso entusiasmo nel giocare e dubitavo delle mie qualità. Quando continui a sentire certi commenti, rischi di crederci davvero".

"Mi voleva anche il Liverpool, ma ho scelto Torino. In panchina c’era Allegri e la squadra era davvero forte. E il trovarmi in uno spogliatoio di campioni, dopo aver giocato anche un Europeo da protagonista, è stata una bella rivincita dopo il periodo difficile che avevo vissuto. Io "figlioccio" di Allegri? ? No, è un’etichetta che mi porto dietro. Certo, è l’allenatore a cui sono più legato. Mi ha lanciato al Milan e nei momenti più duri mi ha aiutato a restare positivo. Tutto quello che ho fatto, però, me lo sono conquistato. Non ci sono mai stati favoritismi. Anzi, da me ha sempre preteso più di quanto facesse con molti altri. Mi chiamava "Mangia e dormi”, per il mio pensare sempre al calcio".

"Arrivavamo da due anni non semplici. Il mister si è caricato di tutte le tensioni, proteggendoci da critiche e pressioni. Penso che in quella finale di Coppa Italia sia venuto fuori tutto ciò che aveva dovuto sopportare. Venivo da un anno fuori per il crociato. In panchina era arrivato Thiago Motta, mio ex compagno in Nazionale. Avevo grandi aspettative. Ma non mi hanno permesso neanche di fare il ritiro. “Sei fuori dal progetto”, senza altre spiegazioni. Avevo due possibilità: trovarmi una squadra o una stagione da fuori rosa. Speravo di concludere un’esperienza così importante in modo diverso".

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porterei a casa 6 mesi x fare il vice salemekers o bartesaghi. al posto di estupicoso e ategame
 
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L'ex rossonero De Sciglio al CorSera:"Mi sto allenando ogni giorno per farmi trovare pronto. Non ho alcuna intenzione di smettere, sto bene e posso dare ancora tanto. Non vedo l’ora di tornare in campo".

"Il Milan? Stavo vivendo un sogno. Ero un tifoso milanista che indossava la maglia rossonera e Maldini era il mio idolo" racconta De Sciglio. Che svela: "E pensare che avrei potuto giocare nell'Inter. nerazzurri mi avevano chiamato per un provino, ma ero stato scartato perché piccolo fisicamente. Poco dopo è arrivato il Milan, meglio così. Ho fatto tutto il settore giovanile fino all’esordio in Champions a 18 anni".

"I fischi? Una parte della tifoseria e della stampa mi aveva individuato come colpevole di quella situazione, aspettavano un minimo errore per criticarmi. I miei social si riempivano di insulti e cattiverie. Eppure, mi ero sempre comportato bene. Non capivo".

"Io in realtà non avevo ancora parlato con nessuno. Quelle voci, però, non fecero altro che aumentare le critiche nei miei confronti. Quel sogno che avevo da bambino si era rivelato un incubo, La fascia era un altro pretesto per attaccarmi. Ero diventato il capro espiatorio. Per fortuna tra i tifosi c’era comunque chi mi sosteneva".

"Milan Empoli punto di non ritorno? Eravamo sotto di due goal. Al 70’ Montella aveva deciso di togliermi. Ero arrabbiato. Un cambio che non ho mai capito. Mi è sembrato solo un modo di usare me e ciò che stavo passando per distogliere l’attenzione dalle difficoltà dell’intera squadra. Mentre uscivo, una pioggia di fischi si è abbattuta su di me. Quel giorno ho compreso che non potevo più continuare così, la mia storia a Milano era finita. Ero giovane, non avevo gli strumenti per affrontare ciò che mi stava succedendo. Quell’accanimento mi feriva, non sorridevo più. Mi ero chiuso in casa. Anche solo l’idea di uscire a cena mi faceva sentire sbagliato. Forse definirla depressione è troppo, ma ho provato uno stato di malessere. Avevo perso entusiasmo nel giocare e dubitavo delle mie qualità. Quando continui a sentire certi commenti, rischi di crederci davvero".

"Mi voleva anche il Liverpool, ma ho scelto Torino. In panchina c’era Allegri e la squadra era davvero forte. E il trovarmi in uno spogliatoio di campioni, dopo aver giocato anche un Europeo da protagonista, è stata una bella rivincita dopo il periodo difficile che avevo vissuto. Io "figlioccio" di Allegri? ? No, è un’etichetta che mi porto dietro. Certo, è l’allenatore a cui sono più legato. Mi ha lanciato al Milan e nei momenti più duri mi ha aiutato a restare positivo. Tutto quello che ho fatto, però, me lo sono conquistato. Non ci sono mai stati favoritismi. Anzi, da me ha sempre preteso più di quanto facesse con molti altri. Mi chiamava "Mangia e dormi”, per il mio pensare sempre al calcio".

"Arrivavamo da due anni non semplici. Il mister si è caricato di tutte le tensioni, proteggendoci da critiche e pressioni. Penso che in quella finale di Coppa Italia sia venuto fuori tutto ciò che aveva dovuto sopportare. Venivo da un anno fuori per il crociato. In panchina era arrivato Thiago Motta, mio ex compagno in Nazionale. Avevo grandi aspettative. Ma non mi hanno permesso neanche di fare il ritiro. “Sei fuori dal progetto”, senza altre spiegazioni. Avevo due possibilità: trovarmi una squadra o una stagione da fuori rosa. Speravo di concludere un’esperienza così importante in modo diverso".
chissà che difetti genetici ha una persona, per fare 15 stagioni dove il record è stato superare 25 presenze solo un paio di volte.
 
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L'ex rossonero De Sciglio al CorSera:"Mi sto allenando ogni giorno per farmi trovare pronto. Non ho alcuna intenzione di smettere, sto bene e posso dare ancora tanto. Non vedo l’ora di tornare in campo".

"Il Milan? Stavo vivendo un sogno. Ero un tifoso milanista che indossava la maglia rossonera e Maldini era il mio idolo" racconta De Sciglio. Che svela: "E pensare che avrei potuto giocare nell'Inter. nerazzurri mi avevano chiamato per un provino, ma ero stato scartato perché piccolo fisicamente. Poco dopo è arrivato il Milan, meglio così. Ho fatto tutto il settore giovanile fino all’esordio in Champions a 18 anni".

"I fischi? Una parte della tifoseria e della stampa mi aveva individuato come colpevole di quella situazione, aspettavano un minimo errore per criticarmi. I miei social si riempivano di insulti e cattiverie. Eppure, mi ero sempre comportato bene. Non capivo".

"Io in realtà non avevo ancora parlato con nessuno. Quelle voci, però, non fecero altro che aumentare le critiche nei miei confronti. Quel sogno che avevo da bambino si era rivelato un incubo, La fascia era un altro pretesto per attaccarmi. Ero diventato il capro espiatorio. Per fortuna tra i tifosi c’era comunque chi mi sosteneva".

"Milan Empoli punto di non ritorno? Eravamo sotto di due goal. Al 70’ Montella aveva deciso di togliermi. Ero arrabbiato. Un cambio che non ho mai capito. Mi è sembrato solo un modo di usare me e ciò che stavo passando per distogliere l’attenzione dalle difficoltà dell’intera squadra. Mentre uscivo, una pioggia di fischi si è abbattuta su di me. Quel giorno ho compreso che non potevo più continuare così, la mia storia a Milano era finita. Ero giovane, non avevo gli strumenti per affrontare ciò che mi stava succedendo. Quell’accanimento mi feriva, non sorridevo più. Mi ero chiuso in casa. Anche solo l’idea di uscire a cena mi faceva sentire sbagliato. Forse definirla depressione è troppo, ma ho provato uno stato di malessere. Avevo perso entusiasmo nel giocare e dubitavo delle mie qualità. Quando continui a sentire certi commenti, rischi di crederci davvero".

"Mi voleva anche il Liverpool, ma ho scelto Torino. In panchina c’era Allegri e la squadra era davvero forte. E il trovarmi in uno spogliatoio di campioni, dopo aver giocato anche un Europeo da protagonista, è stata una bella rivincita dopo il periodo difficile che avevo vissuto. Io "figlioccio" di Allegri? ? No, è un’etichetta che mi porto dietro. Certo, è l’allenatore a cui sono più legato. Mi ha lanciato al Milan e nei momenti più duri mi ha aiutato a restare positivo. Tutto quello che ho fatto, però, me lo sono conquistato. Non ci sono mai stati favoritismi. Anzi, da me ha sempre preteso più di quanto facesse con molti altri. Mi chiamava "Mangia e dormi”, per il mio pensare sempre al calcio".

"Arrivavamo da due anni non semplici. Il mister si è caricato di tutte le tensioni, proteggendoci da critiche e pressioni. Penso che in quella finale di Coppa Italia sia venuto fuori tutto ciò che aveva dovuto sopportare. Venivo da un anno fuori per il crociato. In panchina era arrivato Thiago Motta, mio ex compagno in Nazionale. Avevo grandi aspettative. Ma non mi hanno permesso neanche di fare il ritiro. “Sei fuori dal progetto”, senza altre spiegazioni. Avevo due possibilità: trovarmi una squadra o una stagione da fuori rosa. Speravo di concludere un’esperienza così importante in modo diverso".

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È svincolato e si sta offrendo disperatamente a noi. Messi come siamo, c'è pure da farci un pensierino.
 

fabri47

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Per carità, mai rimpiangerò sto coso. A sto punto meglio Calabria.
 

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L'ex rossonero De Sciglio al CorSera:"Mi sto allenando ogni giorno per farmi trovare pronto. Non ho alcuna intenzione di smettere, sto bene e posso dare ancora tanto. Non vedo l’ora di tornare in campo".

"Il Milan? Stavo vivendo un sogno. Ero un tifoso milanista che indossava la maglia rossonera e Maldini era il mio idolo" racconta De Sciglio. Che svela: "E pensare che avrei potuto giocare nell'Inter. nerazzurri mi avevano chiamato per un provino, ma ero stato scartato perché piccolo fisicamente. Poco dopo è arrivato il Milan, meglio così. Ho fatto tutto il settore giovanile fino all’esordio in Champions a 18 anni".

"I fischi? Una parte della tifoseria e della stampa mi aveva individuato come colpevole di quella situazione, aspettavano un minimo errore per criticarmi. I miei social si riempivano di insulti e cattiverie. Eppure, mi ero sempre comportato bene. Non capivo".

"Io in realtà non avevo ancora parlato con nessuno. Quelle voci, però, non fecero altro che aumentare le critiche nei miei confronti. Quel sogno che avevo da bambino si era rivelato un incubo, La fascia era un altro pretesto per attaccarmi. Ero diventato il capro espiatorio. Per fortuna tra i tifosi c’era comunque chi mi sosteneva".

"Milan Empoli punto di non ritorno? Eravamo sotto di due goal. Al 70’ Montella aveva deciso di togliermi. Ero arrabbiato. Un cambio che non ho mai capito. Mi è sembrato solo un modo di usare me e ciò che stavo passando per distogliere l’attenzione dalle difficoltà dell’intera squadra. Mentre uscivo, una pioggia di fischi si è abbattuta su di me. Quel giorno ho compreso che non potevo più continuare così, la mia storia a Milano era finita. Ero giovane, non avevo gli strumenti per affrontare ciò che mi stava succedendo. Quell’accanimento mi feriva, non sorridevo più. Mi ero chiuso in casa. Anche solo l’idea di uscire a cena mi faceva sentire sbagliato. Forse definirla depressione è troppo, ma ho provato uno stato di malessere. Avevo perso entusiasmo nel giocare e dubitavo delle mie qualità. Quando continui a sentire certi commenti, rischi di crederci davvero".

"Mi voleva anche il Liverpool, ma ho scelto Torino. In panchina c’era Allegri e la squadra era davvero forte. E il trovarmi in uno spogliatoio di campioni, dopo aver giocato anche un Europeo da protagonista, è stata una bella rivincita dopo il periodo difficile che avevo vissuto. Io "figlioccio" di Allegri? ? No, è un’etichetta che mi porto dietro. Certo, è l’allenatore a cui sono più legato. Mi ha lanciato al Milan e nei momenti più duri mi ha aiutato a restare positivo. Tutto quello che ho fatto, però, me lo sono conquistato. Non ci sono mai stati favoritismi. Anzi, da me ha sempre preteso più di quanto facesse con molti altri. Mi chiamava "Mangia e dormi”, per il mio pensare sempre al calcio".

"Arrivavamo da due anni non semplici. Il mister si è caricato di tutte le tensioni, proteggendoci da critiche e pressioni. Penso che in quella finale di Coppa Italia sia venuto fuori tutto ciò che aveva dovuto sopportare. Venivo da un anno fuori per il crociato. In panchina era arrivato Thiago Motta, mio ex compagno in Nazionale. Avevo grandi aspettative. Ma non mi hanno permesso neanche di fare il ritiro. “Sei fuori dal progetto”, senza altre spiegazioni. Avevo due possibilità: trovarmi una squadra o una stagione da fuori rosa. Speravo di concludere un’esperienza così importante in modo diverso".
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A me sta pure simpatico ma dal punto di vista calcistico era molto insipido. Non prendeva mai rischi (forse per questo piaceva ad Allegri) ma spesso questo si traduceva nel passare il pallone all’indietro anche quando c’erano le circostanze per osare di più.

Lo ricorderò come il giocatore simbolo del “compitino”, e se fosse stato messo in Eccellenza probabilmente nessuno avrebbe notato nulla perché lui faceva giocare gli altri.
Certo, meglio il compitino che i disastri di Estupinan.
 
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