Un Conte che porrebbe la partecipazione alla Champions League come condizione del suo ingaggio sarebbe fatto assolutamente sorprendente, inedito nella sua storia professionale, almeno di quella parte di essa vissuta al piu alto livello, che è quella comparabile con il momento attuale e la dimensione del Milan. Dalla Nazionale presa sulle macerie del disastro del Mondiale brasiliano, nel 2014, firmato Prandelli, al Chelsea escluso dalle Coppe europee nel 2016, dopo il doppio flop di Mourinho e Hiddink, la sua è storia di ascese dal fango della sconfitta e della umiliazione, ed opportunisticamente da aspettative basse e generiche, che non superassero la soglia di un riscatto dalla sconfitta, qualunque esso sia. Lì Conte ha sempre dato il meglio di sé, perché ha potuto operare su materia informe, senza vincoli, pressioni, gerarchie, che non si sia sentito come inibito dal modificare a proprio genio e piacimento. Il Milan attuale, reduce da otto anni di insuccessi, è luogo ideale per la sua proposta tecnica. Egli chiede solo il consenso e supporto della proprietà alle sue indicazioni sul mercato dei giocatori, ed una autonomia di gestione tecnica. Il rapporto con le stars, di forte reputazione e personalità tecnica, è sempre stato non univoco, anzi talvolta controverso, vedasi il caso di Diego Costa. Disciplina, solidarietà e collettivo sono principii direttivi della sua modalità di conduzione tecnica, di cui egli è il centro e la propulsione, con tratti molto condizionanti nei confronti del gruppo, benché non assurga ai tratti carismatici di cui si è sempre avvolta, ad esempio, la figura di Mourinho. Chiarezza e sostenibilità dei programmi, dunque, e su questo Elliott dovrà dare risposte per convincere Conte. Abbiamo la percezione che ciò potrà accadere.