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Franco Ordine dal CorSport in edicola sul Milan
Dalle opposte panchine, e per ragioni di segno diverso, ieri lo hanno ripetuto in coro sia Fabregas che Allegri: «Ci vuole rispetto». E se per il Como vale ancor di più la richiesta specifica rivolta al suo tecnico («dal primo giorno mi hanno chiesto un gioco bello come il lago di Como»), nel caso di Allegri e del suo Milan interviene la sequenza di numeri significativi - non i passaggi, per carità, perché dopo 700 passaggi riusciti al massimo puoi vincere una bambolina - collezionati fin qui per raggiungere quota 43 punti su cui si sono arrampicati i rossoneri dall’inizio della stagione. La fortuna si può e si deve invocare al casinò, quando sei al tavolo da poker oppure a quello del chemin de fer, non certo quando sei esponente di uno sport di squadra, con 22 protagonisti più un pallone che rimbalza in un campo di calcio lungo 115 metri per 65-68 metri di larghezza.
La differenza non è di poco conto a eccezione di quei dibattiti amplificati dalle lunghe permanenze nei bar di quartiere. I numeri allora hanno un senso nel calcio. E se questo derelitto Milan può contare sulla seconda miglior difesa (16 gol incassati di cui soltanto 7 fuori casa) dopo quella del Como poi, qualcosa vuol dire. Se poi può aggiungere un discreto raccolto di punti in viaggio (22 punti complessivi) allora vuol dire che qualcosa di buono è stato fatto. Al pari dei gol segnati (che sono stati 33), secondo miglior attacco dopo quello micidiale dell’Inter che incanta e comanda da sola. Unico dato in controtendenza è quello delle sconfitte rimediate: una sola (Cremonese al primo turno, 19 i risultati utili consecutivi).
Dopo una tale sfilza di cifre è ancora possibile parlare di fortuna? La risposta, per le donne e gli uomini in buona fede, non quelli della setta satanica “nomax”, è scontata. Allora la spiegazione più convincente è magari diversa e dev’essere ricercata nel capolavoro della letteratura italiana, la Divina Commedia. Padre Dante Alighieri, lui sì un padre vero, non un perditempo, padre della lingua e dell’ingegno italico, aveva dedicato addirittura due canti, XIII e XIV, del Purgatorio alla categoria degli invidiosi. E li aveva magistralmente descritti così: «con gli occhi cuciti da fil di ferro», e inoltre «appoggiati a una parete per non poter vedere la felicità altrui».
Osservateli bene, al di là del discutibile eloquio e della improbabile conoscenza calcistica: parlano a occhi aperte o con gli occhi chiusi? Forse non hanno il fil di ferro ma il mastice del pregiudizio personale. Questo non significa affatto che i 43 punti rappresentino chissà quale spettacolo estetico. Nessuno, a Milanello, ha la pretesa e neanche la faccia tosta di reclamarlo. L’importante che non si confonda il talento con la fortuna, come nel caso di Mike Maignan.
Dalle opposte panchine, e per ragioni di segno diverso, ieri lo hanno ripetuto in coro sia Fabregas che Allegri: «Ci vuole rispetto». E se per il Como vale ancor di più la richiesta specifica rivolta al suo tecnico («dal primo giorno mi hanno chiesto un gioco bello come il lago di Como»), nel caso di Allegri e del suo Milan interviene la sequenza di numeri significativi - non i passaggi, per carità, perché dopo 700 passaggi riusciti al massimo puoi vincere una bambolina - collezionati fin qui per raggiungere quota 43 punti su cui si sono arrampicati i rossoneri dall’inizio della stagione. La fortuna si può e si deve invocare al casinò, quando sei al tavolo da poker oppure a quello del chemin de fer, non certo quando sei esponente di uno sport di squadra, con 22 protagonisti più un pallone che rimbalza in un campo di calcio lungo 115 metri per 65-68 metri di larghezza.
La differenza non è di poco conto a eccezione di quei dibattiti amplificati dalle lunghe permanenze nei bar di quartiere. I numeri allora hanno un senso nel calcio. E se questo derelitto Milan può contare sulla seconda miglior difesa (16 gol incassati di cui soltanto 7 fuori casa) dopo quella del Como poi, qualcosa vuol dire. Se poi può aggiungere un discreto raccolto di punti in viaggio (22 punti complessivi) allora vuol dire che qualcosa di buono è stato fatto. Al pari dei gol segnati (che sono stati 33), secondo miglior attacco dopo quello micidiale dell’Inter che incanta e comanda da sola. Unico dato in controtendenza è quello delle sconfitte rimediate: una sola (Cremonese al primo turno, 19 i risultati utili consecutivi).
Dopo una tale sfilza di cifre è ancora possibile parlare di fortuna? La risposta, per le donne e gli uomini in buona fede, non quelli della setta satanica “nomax”, è scontata. Allora la spiegazione più convincente è magari diversa e dev’essere ricercata nel capolavoro della letteratura italiana, la Divina Commedia. Padre Dante Alighieri, lui sì un padre vero, non un perditempo, padre della lingua e dell’ingegno italico, aveva dedicato addirittura due canti, XIII e XIV, del Purgatorio alla categoria degli invidiosi. E li aveva magistralmente descritti così: «con gli occhi cuciti da fil di ferro», e inoltre «appoggiati a una parete per non poter vedere la felicità altrui».
Osservateli bene, al di là del discutibile eloquio e della improbabile conoscenza calcistica: parlano a occhi aperte o con gli occhi chiusi? Forse non hanno il fil di ferro ma il mastice del pregiudizio personale. Questo non significa affatto che i 43 punti rappresentino chissà quale spettacolo estetico. Nessuno, a Milanello, ha la pretesa e neanche la faccia tosta di reclamarlo. L’importante che non si confonda il talento con la fortuna, come nel caso di Mike Maignan.