Leao:"Col Milan patto d'amore. Grazie Furlani. Ibra e Maldini...".

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Ancora un estratto dall'autobiografia di Leao:"Chiunque vorrebbe giocare nel Milan. Volevo rimanere per completare un periodo di crescita che avevo iniziato e per far vedere quanto ancora potevo dare come calciatore e come uomo. La vittoria dello scudetto mi aveva mostrato quanto era bello vincere come collettivo. Il mio rinnovo non è mai stato un tira e molla per questioni di soldi, come molti hanno detto e non avevo nemmeno dubbi sulla direzione tecnica che stava prendendo la squadra. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla firma il mio pensiero è stato chiaro: non è un patto economico, ma un patto d’amore“.

"La multa da pagare allo Sporting? Per la legge italiana ora sono finalmente libero dal mio debito. Devo ringraziare anche il Milan, che in quel periodo così difficile mi è sempre stato molto vicino. Devo ringraziare certamente Giorgio Furlani. È una grande persona, ci parliamo spesso; lui cerca sempre di parlarmi in portoghese. La sua presenza e il suo supporto costante mi aiutano a vincere dentro e fuori dal campo, oltre che a crescere come persona. Stessa cosa devo dire di Gerry Cardinale: ogni volta che mi vede parliamo e si vede che lui mi vuole bene e vuole che resti al Milan“.

Maldini e Ibra? Qualcuno ha provato a identificare in lui un mio ‘secondo padre’. Le persone hanno questa ossessione, cercare di identificare figure paterne per i calciatori giovani e attribuirgli qualità da guru. Per me non è stato un secondo padre, ma senza di lui forse non sarei chi sono, e non avrei vinto uno scudetto. È stato unico, fondamentale, mi diceva sempre che ero un calciatore bellissimo e che lui e suo padre erano degli esteti del calcio. Poi andò via. Non vedete l’ora di leggere qualcosa di estremamente piccante e interessante sulla faccenda, vero? Beh, la verità è che non so cosa sia successo, so che da un giorno all’altro è andato via e tutti noi siamo rimasti spiazzati. Sicuramente abbiamo perso un pilastro che, però, è stato sostituito da altri grandi professionisti come Furlani e Moncada, e ora anche con il contributo di Zlatan. La lezione più importante che mi ha insegnato Ibra è stata farmi vedere come bisogna sentirsi a essere un calciatore del Milan, dando l’esempio in prima persona e insegnando in ogni allenamento o partita. Ora so che ogni volta che gioco devo sfruttare quell’occasione e devo uscire dal campo senza rimpianti; far vedere la mia determinazione e la forza della squadra è diventato il mio obiettivo. Che tu sia un giocatore di talento o no, devi dare il massimo. Questa era ed è la Ibra Mentality“.

"Giampaolo? Nella mia carriera al Milan ho avuto due allenatori, o forse solo uno. Tra me e mister Giampaolo non c’era praticamente alcun tipo di rapporto, non ci parlavamo, ero da poco a Milano e per un calciatore come me, a diciannove anni, ambientarsi era la prima sfida da affrontare. Inizialmente cercavo nello spogliatoio un lessico famigliare, così mi ha aiutato un po’ con la lingua André Silva, l’unico portoghese che c’era in squadra, ma dopo un mese è stato ceduto quindi ho iniziato a legare con altri nuovi calciatori come Ismael Bennacer, acquistato tre giorni dopo di me e che ancora oggi chiamo fratello. Fin da subito avevo degli obiettivi, ma non è stato facile, il mister non aveva capito come inserirmi in campo e con lui avevo un rapporto freddo; saluti formali ad allenamento e nient’altro, la difficoltà a comunicare che si aggiungeva a quelle della squadra in campo. Giocavamo male, io poco, e dopo qualche partita il mister è stato esonerato. Solo sette giornate ed è cambiato tutto di nuovo".

Leao, dalla sua autobiografia, racconta l'aggressione ai tempi dello Sporting:"Ricevemmo una contestazione molto feroce dai nostri ultras, anche la Juventude Leonina - che è il principale gruppo dello Sporting - stavolta ci aveva voltato le spalle, manifestando la delusione evidente. Nessuno, però, preparato a quanto sarebbe successo il martedì successivo. Circa 50 persone, incappucciate e vestite di nero, entrarono nel nostro campo di allenamento, presero di mira l'allenatore Jorge Jesus, il suo assistente e i primi calciatori che trovarono a tiro, colpendoli con cinture e spranghe di ferro. Das ebbe la peggio: gli aprirono la testa e dovettero ricucirgliela con punti di sutura. Ma anche Rui Patricio e William vennero colpiti. Tutti giocatori che pensavo intoccabili, ridotti in quello stato. Eravamo tutti sotto shock, non avemmo neanche il tempo di reagire. Non avevo mai visto una cosa del genere, non ne avevo neanche mai sentito parlare. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo, nessuno aveva neanche lontanamente preso in considerazione una tale situazione. Anche al club non avevano capito la gravità della cosa, di conseguenza non avevano preso alcun provvedimento o misura di sicurezza. Non deve essere stata facile per nessuno, ma per me fu diverso, anche se nessuno mi aveva col pito, per me era molto peggio. L’Academy distava solo 25 minuti dal bairro, do potutto era stato uno dei motivi per cui ero andato a giocare allo Sporting, ma quella distanza non era breve solo per me, evidentemente, ma anche da chi aveva intenzioni molto diverse dalle mie".

"Tra le persone che fecero irruzione nel nostro spogliatoio infatti avevo riconosciuto alcuni dei miei ex compagni di scuola. Quando hai passato così tanto tempo con qualcuno non basta certo un cappuccio o un passamontagna a renderlo irriconoscibile. Tra gli ultras inferociti notai un mio ex compagno di scuola, stessa scuola, stesso quartiere, stesso gruppo di amici di una volta, lo riconobbi e tutto quello che riuscii a fare fu sorridergli, così da lasciargli intendere di averlo visto. Fu tremendo. Stentavo a crederci, quelli che consideravo come me, come noi, non si erano fatti scrupoli a venirci a picchiare perché, in fin dei conti, avevamo perso una partita. Non ho potuto però fare a meno di denunciarli: tutti noi calciatori siamo stati chiamati in tribunale e io avevo gli strumenti per fermarli. Potevo riconoscerli e non ho esitato a farlo. Da quel momento in poi la mia situazione si è decisamente aggravata: 9 persone sono state condannate a 5 anni di prigione, un’altra trentina ha ricevuto condanne minori. Quelle stesse persone però sapevano chi ero, sapevano dove abitavo e probabilmente conoscevano anche la mia famiglia. Mio padre mi mandò via, a Oporto, a casa di alcuni amici. Sia io sia la mia cerchia di amici e familiari avevamo notato minacce dirette sui social media. Iniziarono a circolare video e ricevevo messaggi parecchio difficili da digerire. Ancora oggi, a distanza di anni, se mi capita di commentare una foto dello Sporting o di qualche calciatore dello Sporting, mi ritrovo invaso da gente che mi insulta, mi offende e mi chiama traditore. Sono certo che se dovessi incontrare quelle persone in giro farebbero di tutto per rendermi la vita un inferno. Lo stesso inferno che avevo vissuto in quelle settimane".
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Ancora un estratto dall'autobiografia di Leao:"Chiunque vorrebbe giocare nel Milan. Volevo rimanere per completare un periodo di crescita che avevo iniziato e per far vedere quanto ancora potevo dare come calciatore e come uomo. La vittoria dello scudetto mi aveva mostrato quanto era bello vincere come collettivo. Il mio rinnovo non è mai stato un tira e molla per questioni di soldi, come molti hanno detto e non avevo nemmeno dubbi sulla direzione tecnica che stava prendendo la squadra. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla firma il mio pensiero è stato chiaro: non è un patto economico, ma un patto d’amore“.

"La multa da pagare allo Sporting? Per la legge italiana ora sono finalmente libero dal mio debito. Devo ringraziare anche il Milan, che in quel periodo così difficile mi è sempre stato molto vicino. Devo ringraziare certamente Giorgio Furlani. È una grande persona, ci parliamo spesso; lui cerca sempre di parlarmi in portoghese. La sua presenza e il suo supporto costante mi aiutano a vincere dentro e fuori dal campo, oltre che a crescere come persona. Stessa cosa devo dire di Gerry Cardinale: ogni volta che mi vede parliamo e si vede che lui mi vuole bene e vuole che resti al Milan“.

Maldini e Ibra? Qualcuno ha provato a identificare in lui un mio ‘secondo padre’. Le persone hanno questa ossessione, cercare di identificare figure paterne per i calciatori giovani e attribuirgli qualità da guru. Per me non è stato un secondo padre, ma senza di lui forse non sarei chi sono, e non avrei vinto uno scudetto. È stato unico, fondamentale, mi diceva sempre che ero un calciatore bellissimo e che lui e suo padre erano degli esteti del calcio. Poi andò via. Non vedete l’ora di leggere qualcosa di estremamente piccante e interessante sulla faccenda, vero? Beh, la verità è che non so cosa sia successo, so che da un giorno all’altro è andato via e tutti noi siamo rimasti spiazzati. Sicuramente abbiamo perso un pilastro che, però, è stato sostituito da altri grandi professionisti come Furlani e Moncada, e ora anche con il contributo di Zlatan. La lezione più importante che mi ha insegnato Ibra è stata farmi vedere come bisogna sentirsi a essere un calciatore del Milan, dando l’esempio in prima persona e insegnando in ogni allenamento o partita. Ora so che ogni volta che gioco devo sfruttare quell’occasione e devo uscire dal campo senza rimpianti; far vedere la mia determinazione e la forza della squadra è diventato il mio obiettivo. Che tu sia un giocatore di talento o no, devi dare il massimo. Questa era ed è la Ibra Mentality“.

"Giampaolo? Nella mia carriera al Milan ho avuto due allenatori, o forse solo uno. Tra me e mister Giampaolo non c’era praticamente alcun tipo di rapporto, non ci parlavamo, ero da poco a Milano e per un calciatore come me, a diciannove anni, ambientarsi era la prima sfida da affrontare. Inizialmente cercavo nello spogliatoio un lessico famigliare, così mi ha aiutato un po’ con la lingua André Silva, l’unico portoghese che c’era in squadra, ma dopo un mese è stato ceduto quindi ho iniziato a legare con altri nuovi calciatori come Ismael Bennacer, acquistato tre giorni dopo di me e che ancora oggi chiamo fratello. Fin da subito avevo degli obiettivi, ma non è stato facile, il mister non aveva capito come inserirmi in campo e con lui avevo un rapporto freddo; saluti formali ad allenamento e nient’altro, la difficoltà a comunicare che si aggiungeva a quelle della squadra in campo. Giocavamo male, io poco, e dopo qualche partita il mister è stato esonerato. Solo sette giornate ed è cambiato tutto di nuovo".

Leao, dalla sua autobiografia, racconta l'aggressione ai tempi dello Sporting:"Ricevemmo una contestazione molto feroce dai nostri ultras, anche la Juventude Leonina - che è il principale gruppo dello Sporting - stavolta ci aveva voltato le spalle, manifestando la delusione evidente. Nessuno, però, preparato a quanto sarebbe successo il martedì successivo. Circa 50 persone, incappucciate e vestite di nero, entrarono nel nostro campo di allenamento, presero di mira l'allenatore Jorge Jesus, il suo assistente e i primi calciatori che trovarono a tiro, colpendoli con cinture e spranghe di ferro. Das ebbe la peggio: gli aprirono la testa e dovettero ricucirgliela con punti di sutura. Ma anche Rui Patricio e William vennero colpiti. Tutti giocatori che pensavo intoccabili, ridotti in quello stato. Eravamo tutti sotto shock, non avemmo neanche il tempo di reagire. Non avevo mai visto una cosa del genere, non ne avevo neanche mai sentito parlare. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo, nessuno aveva neanche lontanamente preso in considerazione una tale situazione. Anche al club non avevano capito la gravità della cosa, di conseguenza non avevano preso alcun provvedimento o misura di sicurezza. Non deve essere stata facile per nessuno, ma per me fu diverso, anche se nessuno mi aveva col pito, per me era molto peggio. L’Academy distava solo 25 minuti dal bairro, do potutto era stato uno dei motivi per cui ero andato a giocare allo Sporting, ma quella distanza non era breve solo per me, evidentemente, ma anche da chi aveva intenzioni molto diverse dalle mie".

"Tra le persone che fecero irruzione nel nostro spogliatoio infatti avevo riconosciuto alcuni dei miei ex compagni di scuola. Quando hai passato così tanto tempo con qualcuno non basta certo un cappuccio o un passamontagna a renderlo irriconoscibile. Tra gli ultras inferociti notai un mio ex compagno di scuola, stessa scuola, stesso quartiere, stesso gruppo di amici di una volta, lo riconobbi e tutto quello che riuscii a fare fu sorridergli, così da lasciargli intendere di averlo visto. Fu tremendo. Stentavo a crederci, quelli che consideravo come me, come noi, non si erano fatti scrupoli a venirci a picchiare perché, in fin dei conti, avevamo perso una partita. Non ho potuto però fare a meno di denunciarli: tutti noi calciatori siamo stati chiamati in tribunale e io avevo gli strumenti per fermarli. Potevo riconoscerli e non ho esitato a farlo. Da quel momento in poi la mia situazione si è decisamente aggravata: 9 persone sono state condannate a 5 anni di prigione, un’altra trentina ha ricevuto condanne minori. Quelle stesse persone però sapevano chi ero, sapevano dove abitavo e probabilmente conoscevano anche la mia famiglia. Mio padre mi mandò via, a Oporto, a casa di alcuni amici. Sia io sia la mia cerchia di amici e familiari avevamo notato minacce dirette sui social media. Iniziarono a circolare video e ricevevo messaggi parecchio difficili da digerire. Ancora oggi, a distanza di anni, se mi capita di commentare una foto dello Sporting o di qualche calciatore dello Sporting, mi ritrovo invaso da gente che mi insulta, mi offende e mi chiama traditore. Sono certo che se dovessi incontrare quelle persone in giro farebbero di tutto per rendermi la vita un inferno. Lo stesso inferno che avevo vissuto in quelle settimane".
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Patto d’amore mica tanto 7 milioni l’anno sono tantissimi, deve dimostrare di più anche perché come diciamo tutti e un potenziale fenomeno generazionale.
 

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"La multa da pagare allo Sporting? Per la legge italiana ora sono finalmente libero dal mio debito. Devo ringraziare anche il Milan, che in quel periodo così difficile mi è sempre stato molto vicino. Devo ringraziare certamente Giorgio Furlani. È una grande persona, ci parliamo spesso; lui cerca sempre di parlarmi in portoghese. La sua presenza e il suo supporto costante mi aiutano a vincere dentro e fuori dal campo, oltre che a crescere come persona. Stessa cosa devo dire di Gerry Cardinale: ogni volta che mi vede parliamo e si vede che lui mi vuole bene e vuole che resti al Milan“.

Maldini e Ibra? Qualcuno ha provato a identificare in lui un mio ‘secondo padre’. Le persone hanno questa ossessione, cercare di identificare figure paterne per i calciatori giovani e attribuirgli qualità da guru. Per me non è stato un secondo padre, ma senza di lui forse non sarei chi sono, e non avrei vinto uno scudetto. È stato unico, fondamentale, mi diceva sempre che ero un calciatore bellissimo e che lui e suo padre erano degli esteti del calcio. Poi andò via. Non vedete l’ora di leggere qualcosa di estremamente piccante e interessante sulla faccenda, vero? Beh, la verità è che non so cosa sia successo, so che da un giorno all’altro è andato via e tutti noi siamo rimasti spiazzati. Sicuramente abbiamo perso un pilastro che, però, è stato sostituito da altri grandi professionisti come Furlani e Moncada, e ora anche con il contributo di Zlatan. La lezione più importante che mi ha insegnato Ibra è stata farmi vedere come bisogna sentirsi a essere un calciatore del Milan, dando l’esempio in prima persona e insegnando in ogni allenamento o partita. Ora so che ogni volta che gioco devo sfruttare quell’occasione e devo uscire dal campo senza rimpianti; far vedere la mia determinazione e la forza della squadra è diventato il mio obiettivo. Che tu sia un giocatore di talento o no, devi dare il massimo. Questa era ed è la Ibra Mentality“.

"Giampaolo? Nella mia carriera al Milan ho avuto due allenatori, o forse solo uno. Tra me e mister Giampaolo non c’era praticamente alcun tipo di rapporto, non ci parlavamo, ero da poco a Milano e per un calciatore come me, a diciannove anni, ambientarsi era la prima sfida da affrontare. Inizialmente cercavo nello spogliatoio un lessico famigliare, così mi ha aiutato un po’ con la lingua André Silva, l’unico portoghese che c’era in squadra, ma dopo un mese è stato ceduto quindi ho iniziato a legare con altri nuovi calciatori come Ismael Bennacer, acquistato tre giorni dopo di me e che ancora oggi chiamo fratello. Fin da subito avevo degli obiettivi, ma non è stato facile, il mister non aveva capito come inserirmi in campo e con lui avevo un rapporto freddo; saluti formali ad allenamento e nient’altro, la difficoltà a comunicare che si aggiungeva a quelle della squadra in campo. Giocavamo male, io poco, e dopo qualche partita il mister è stato esonerato. Solo sette giornate ed è cambiato tutto di nuovo".

Leao, dalla sua autobiografia, racconta l'aggressione ai tempi dello Sporting:"Ricevemmo una contestazione molto feroce dai nostri ultras, anche la Juventude Leonina - che è il principale gruppo dello Sporting - stavolta ci aveva voltato le spalle, manifestando la delusione evidente. Nessuno, però, preparato a quanto sarebbe successo il martedì successivo. Circa 50 persone, incappucciate e vestite di nero, entrarono nel nostro campo di allenamento, presero di mira l'allenatore Jorge Jesus, il suo assistente e i primi calciatori che trovarono a tiro, colpendoli con cinture e spranghe di ferro. Das ebbe la peggio: gli aprirono la testa e dovettero ricucirgliela con punti di sutura. Ma anche Rui Patricio e William vennero colpiti. Tutti giocatori che pensavo intoccabili, ridotti in quello stato. Eravamo tutti sotto shock, non avemmo neanche il tempo di reagire. Non avevo mai visto una cosa del genere, non ne avevo neanche mai sentito parlare. Nessuno riusciva a capire cosa stesse succedendo, nessuno aveva neanche lontanamente preso in considerazione una tale situazione. Anche al club non avevano capito la gravità della cosa, di conseguenza non avevano preso alcun provvedimento o misura di sicurezza. Non deve essere stata facile per nessuno, ma per me fu diverso, anche se nessuno mi aveva col pito, per me era molto peggio. L’Academy distava solo 25 minuti dal bairro, do potutto era stato uno dei motivi per cui ero andato a giocare allo Sporting, ma quella distanza non era breve solo per me, evidentemente, ma anche da chi aveva intenzioni molto diverse dalle mie".

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