Sono piuttosto contrario all’atteggiamento di criticare qualsiasi proposta politica per partito preso.
Sul tema ambientale, molte norme europee vengono bocciate a priori con l’argomento che “non servono a nulla, perché tanto c’è sempre qualcuno che inquina di più”.
Questa è una logica paralizzante: se la si accetta, l’unica conseguenza possibile è non fare mai nulla.
Qualcuno, però, deve iniziare. Ed è ragionevole che a farlo siano i Paesi occidentali, proprio perché non siamo il terzo mondo: abbiamo risorse, alternative tecnologiche e capacità di adattamento. Questo non significa ignorare il resto del pianeta, ma non condivido l’idea che “finché non si fa nulla altrove, allora non abbia senso fare nulla qui”.
Lo stesso ragionamento vale per la mobilità urbana. Dire che “l’auto elettrica a Milano non ha senso perché tanto ci sono le caldaie che inquinano” è una semplificazione comoda.
Basta camminare in corso Buenos Aires, con le auto ferme in colonna, per capire cosa si respira. Se quelle stesse auto fossero elettriche o ibride plug-in, l’aria sarebbe diversa. Non perfetta, ma diversa.
E questa differenza la respirano soprattutto i bambini nei passeggini, che si trovano a meno di un metro da terra.
Senza andare fuori tema, trovo sensata anche l’eliminazione delle bustine monouso nei ristoranti: via le micro-confezioni, dentro i dispenser. È una misura piccola, ma concreta.
Non sono un ambientalista ideologico e non ho la pretesa di salvare il mondo.
Ma se posso fare qualcosa che migliora l’ambiente e contribuisce a lasciare un posto leggermente migliore a mio figlio, perché no?
A me costa zero.
La verità, forse scomoda, è che molte di queste misure non vengono rifiutate perché “inutili”, ma perché costringono a cambiare abitudini.
E cambiare abitudini dà fastidio.