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Intervista della GDS a Navarro, tecnico del Milan Futuro
Partiamo dall’inizio. Lei è stato un allenatore di prima squadra per Karpaty Lviv e Debrecen, un metodologo al Villarreal, un responsabile delle giovanili al Bilbao. Come e quando arriva il Milan nella sua vita?
“In primavera mi ha chiamato Kirovski e mi ha colpito molto. Non ci conoscevamo ma diceva quello che dico io. Invece di parlarmi di vittorie e soldi, come fanno tutti, mi spiegava: 'Ho bisogno di un allenatore sensibile'. Non è stato il prestigio del Milan a convincermi ma la sua sensibilità”.
Quali sono state le tappe fondamentali della sua formazione?
“Il calcio è un’ossessione da sempre, da bambino rompevo porte e finestre con la palla e mi dicevano 'per favore Sergio, ora basta'. Da calciatore però sono durato fino ai 26 anni, giocando sempre in categorie inferiori. Ero un centrocampista, avevo buoni piedi, ma pensavo che i miei allenatori non mi aiutassero. Facevo da solo. Da lì la scelta di studiare per insegnare ai giovani. Mi sono laureato in pedagogia e preparazione atletica, poi ho fatto un master del Barcellona. Sono diventato amico di Juanma Lillo, un allenatore di un altro livello”.
Dicono tutti che lei allena in modo diverso dagli altri. Qual è l’obiettivo?
“Responsabilizzare il giocatore, perché in campo deve decidere da solo. Lo dice la scienza, non io: se ti senti protagonista, il tuo livello si alza. Al primo allenamento, un anno fa al Debrecen in Serie A ungherese, un giocatore mi ha chiesto: 'Come giochiamo?'. E io: 'Ah, non lo so'. Mi guardavano malissimo. In Spagna e in Ungheria qualcuno diceva che con me non si fa nulla, perché faccio fare tutto ai giocatori, ma è la mia strategia. E qui al Milan tutti mi hanno capito”.
Un esempio di decisioni prese dalla squadra?
“Quando abbiamo giocato con l’Everton, ho chiesto ad alcuni giocatori di scegliere come avremmo attaccato, ad altri come avremmo difeso, ad altri ancora che cosa avremmo fatto sui calci piazzati. Hanno deciso loro”.
E se sbagliano?
“Non sbagliano, sono più bravi di me. E poi, se io intervengo per correggere, è il mio ego che parla. Invece io mi fido dei miei ragazzi, come mi fido di mia moglie se è a casa da sola. Per me tutti i ragazzi che alleno possono arrivare a giocare titolari nel Milan. Tutti hanno il potenziale e la convinzione per farcela. Plazzotta e Pandolfi, ad esempio, hanno il calcio in testa, guardano prima di noi quello che accade in campo. I calciatori possono non essere colti ma tutti hanno una grande intelligenza emozionale per il gioco, per capire che cosa sta succedendo in partita, altrimenti non sarebbero qui”.
Navarro con Ruben Amorim, di sei anni più giovane di lui
Come si relaziona coi ragazzi?
“Io osservo e prendo appunti sul mio taccuino, come in partita. Poi vado dal giocatore e gli parlo. Negli ultimi due mesi ho fatto 100 colloqui individuali. Mi interessa sapere della loro vita fuori dal campo: chi è fidanzato, quali sono i loro hobby e passioni. Sono loro a dirmi dove vogliono migliorare. A qualcuno ho consigliato dei libri”.
Un esempio?
“'Il gioco interiore del tennis' di Gallway. Oppure 'La trama della vita' di Kagan. Io ora sto leggendo un libro sul Milan di Sacchi”.
La rinascita di Silvano Vos, talento arrivato dall’Ajax nel 2024 e poi smarrito, è merito suo.
“Ho parlato tanto con lui, ma mai di calcio. Solo della vita: cosa lo rende felice e cosa infelice. Lui si è aperto e ha cambiato il suo approccio. E’ sempre puntuale, parla con tutti e sorride. Quando un giocatore sta bene, il talento si vede”.
Che tipo di esercizi fa in settimana?
“Oggi quattro contro quattro, domani uno contro uno: si cambia sempre, come la vita. E in allenamento non fischio i falli: i giocatori sanno arbitrarsi da soli”.
I giocatori sono persone che soffrono molto. Hanno pressioni, aspettative delle famiglie, questioni personali. Io da giocatore ho pianto molto”
Tre novità che ha portato?
“Nelle partitelle, un gol non è valido se non si esulta tutti insieme. I ragazzi hanno scelto le regole di comportamento, le multe e i quattro capitani: hanno votato Ossola, Sala, Piermarini e Mancioppi. Nella hall di Milanello ho portato scacchi, carte e Forza 4: i ragazzi in quelle aree possono usare lo smartphone ma l’idea è che lo lascino da parte e giochino insieme”.
Se parliamo di campo, che cosa chiede alla sua squadra?
“Prendere l’iniziativa, con e senza palla. Il risultato non è vincere o perdere 4-0, è guardare il processo di crescita nelle singole partite”.
E fuori dal campo?
“Devono trovare altre passioni, leggere, fare altri sport. Al Villarreal e al Bilbao abbiamo creato un programma di crescita emozionale, collaborando con un’associazione che curava i cani abbandonati. Una volta al mese, un giocatore saltava allenamento e andava dai cani, che è molto più utile. Nella seconda squadra del Villarreal, ogni venerdì alcuni ragazzi andavano da persone con paralisi cerebrale. Li lavavano, pulivano loro la bocca. Con mia sorpresa, mi dicevano 'è la migliore esperienza che abbiamo fatto nella vita'”.
E se qualcosa non funziona? Se qualcuno arriva sempre tardi all’allenamento?
“Credo non vada preso come un problema ma come un’opportunità, per capire quale sia la causa reale del ritardo. I giocatori sono persone che soffrono molto. Hanno pressioni, aspettative delle famiglie, questioni personali. Io quando giocavo ho pianto molto”.
Un suo sogno? Un altro direbbe “allenare il Real Madrid” ma la sensazione è che non sentiremo questa risposta...
“Sogno che questa squadra di Milan Futuro tra due anni sia il Milan”.
Mister, ma lei si arrabbia mai? Quante volte ha urlato negli ultimi due mesi?
“Con gli arbitri una volta sola, per un fallo, e ho sbagliato: devo migliorare. Con i ragazzi, quasi mai”.
E con Amorim, che rapporto c’è?
“Parliamo molto. La prima volta gli ho detto “se sono un disastro, puoi dirmelo”. Ha personalità, guarda molto i giovani ed è una persona straordinaria. Percepisco il grande feeling che Ruben ha con i suoi giocatori”.
Lei ha portato a Milano solo un vice, Roberto Robles. Con lo staff italiano trovato qui come va?
“Per la prima volta nella vita, ho trovato un intero gruppo di lavoro con un alto livello di amore per il club e voglia di imparare. Di solito ci sono litigi, gelosie, invidie”.
La sua giornata tipo?
“Vengo qui a Milanello alle otto di mattina ed esco alle sei di sera. Faccio un’ora di auto, aiuto mia figlia a fare i compiti, dormo e ricomincio. Sempre fatto così”.
Ma alla fine, che cosa conta per Sergio Navarro?
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“Per me non è importante il 4-2-3-1 o il 4-4-1-1 e penso che i dati, che ora vanno di moda, siano complementari ma non centrali, perché un gps non misurerà mai l’umanità, non dirà mai se un giocatore è forte. Per quello, servono gli occhi, il feeling a pelle, l’opinione di altre persone. Alla fine, conta l’amore: fidarci l’uno dell’altro, perché solo se sei al sicuro rendi al massimo”.
Partiamo dall’inizio. Lei è stato un allenatore di prima squadra per Karpaty Lviv e Debrecen, un metodologo al Villarreal, un responsabile delle giovanili al Bilbao. Come e quando arriva il Milan nella sua vita?
“In primavera mi ha chiamato Kirovski e mi ha colpito molto. Non ci conoscevamo ma diceva quello che dico io. Invece di parlarmi di vittorie e soldi, come fanno tutti, mi spiegava: 'Ho bisogno di un allenatore sensibile'. Non è stato il prestigio del Milan a convincermi ma la sua sensibilità”.
Quali sono state le tappe fondamentali della sua formazione?
“Il calcio è un’ossessione da sempre, da bambino rompevo porte e finestre con la palla e mi dicevano 'per favore Sergio, ora basta'. Da calciatore però sono durato fino ai 26 anni, giocando sempre in categorie inferiori. Ero un centrocampista, avevo buoni piedi, ma pensavo che i miei allenatori non mi aiutassero. Facevo da solo. Da lì la scelta di studiare per insegnare ai giovani. Mi sono laureato in pedagogia e preparazione atletica, poi ho fatto un master del Barcellona. Sono diventato amico di Juanma Lillo, un allenatore di un altro livello”.
Dicono tutti che lei allena in modo diverso dagli altri. Qual è l’obiettivo?
“Responsabilizzare il giocatore, perché in campo deve decidere da solo. Lo dice la scienza, non io: se ti senti protagonista, il tuo livello si alza. Al primo allenamento, un anno fa al Debrecen in Serie A ungherese, un giocatore mi ha chiesto: 'Come giochiamo?'. E io: 'Ah, non lo so'. Mi guardavano malissimo. In Spagna e in Ungheria qualcuno diceva che con me non si fa nulla, perché faccio fare tutto ai giocatori, ma è la mia strategia. E qui al Milan tutti mi hanno capito”.
Un esempio di decisioni prese dalla squadra?
“Quando abbiamo giocato con l’Everton, ho chiesto ad alcuni giocatori di scegliere come avremmo attaccato, ad altri come avremmo difeso, ad altri ancora che cosa avremmo fatto sui calci piazzati. Hanno deciso loro”.
E se sbagliano?
“Non sbagliano, sono più bravi di me. E poi, se io intervengo per correggere, è il mio ego che parla. Invece io mi fido dei miei ragazzi, come mi fido di mia moglie se è a casa da sola. Per me tutti i ragazzi che alleno possono arrivare a giocare titolari nel Milan. Tutti hanno il potenziale e la convinzione per farcela. Plazzotta e Pandolfi, ad esempio, hanno il calcio in testa, guardano prima di noi quello che accade in campo. I calciatori possono non essere colti ma tutti hanno una grande intelligenza emozionale per il gioco, per capire che cosa sta succedendo in partita, altrimenti non sarebbero qui”.
Navarro con Ruben Amorim, di sei anni più giovane di lui
Come si relaziona coi ragazzi?
“Io osservo e prendo appunti sul mio taccuino, come in partita. Poi vado dal giocatore e gli parlo. Negli ultimi due mesi ho fatto 100 colloqui individuali. Mi interessa sapere della loro vita fuori dal campo: chi è fidanzato, quali sono i loro hobby e passioni. Sono loro a dirmi dove vogliono migliorare. A qualcuno ho consigliato dei libri”.
Un esempio?
“'Il gioco interiore del tennis' di Gallway. Oppure 'La trama della vita' di Kagan. Io ora sto leggendo un libro sul Milan di Sacchi”.
La rinascita di Silvano Vos, talento arrivato dall’Ajax nel 2024 e poi smarrito, è merito suo.
“Ho parlato tanto con lui, ma mai di calcio. Solo della vita: cosa lo rende felice e cosa infelice. Lui si è aperto e ha cambiato il suo approccio. E’ sempre puntuale, parla con tutti e sorride. Quando un giocatore sta bene, il talento si vede”.
Che tipo di esercizi fa in settimana?
“Oggi quattro contro quattro, domani uno contro uno: si cambia sempre, come la vita. E in allenamento non fischio i falli: i giocatori sanno arbitrarsi da soli”.
I giocatori sono persone che soffrono molto. Hanno pressioni, aspettative delle famiglie, questioni personali. Io da giocatore ho pianto molto”
Tre novità che ha portato?
“Nelle partitelle, un gol non è valido se non si esulta tutti insieme. I ragazzi hanno scelto le regole di comportamento, le multe e i quattro capitani: hanno votato Ossola, Sala, Piermarini e Mancioppi. Nella hall di Milanello ho portato scacchi, carte e Forza 4: i ragazzi in quelle aree possono usare lo smartphone ma l’idea è che lo lascino da parte e giochino insieme”.
Se parliamo di campo, che cosa chiede alla sua squadra?
“Prendere l’iniziativa, con e senza palla. Il risultato non è vincere o perdere 4-0, è guardare il processo di crescita nelle singole partite”.
E fuori dal campo?
“Devono trovare altre passioni, leggere, fare altri sport. Al Villarreal e al Bilbao abbiamo creato un programma di crescita emozionale, collaborando con un’associazione che curava i cani abbandonati. Una volta al mese, un giocatore saltava allenamento e andava dai cani, che è molto più utile. Nella seconda squadra del Villarreal, ogni venerdì alcuni ragazzi andavano da persone con paralisi cerebrale. Li lavavano, pulivano loro la bocca. Con mia sorpresa, mi dicevano 'è la migliore esperienza che abbiamo fatto nella vita'”.
E se qualcosa non funziona? Se qualcuno arriva sempre tardi all’allenamento?
“Credo non vada preso come un problema ma come un’opportunità, per capire quale sia la causa reale del ritardo. I giocatori sono persone che soffrono molto. Hanno pressioni, aspettative delle famiglie, questioni personali. Io quando giocavo ho pianto molto”.
Un suo sogno? Un altro direbbe “allenare il Real Madrid” ma la sensazione è che non sentiremo questa risposta...
“Sogno che questa squadra di Milan Futuro tra due anni sia il Milan”.
Mister, ma lei si arrabbia mai? Quante volte ha urlato negli ultimi due mesi?
“Con gli arbitri una volta sola, per un fallo, e ho sbagliato: devo migliorare. Con i ragazzi, quasi mai”.
E con Amorim, che rapporto c’è?
“Parliamo molto. La prima volta gli ho detto “se sono un disastro, puoi dirmelo”. Ha personalità, guarda molto i giovani ed è una persona straordinaria. Percepisco il grande feeling che Ruben ha con i suoi giocatori”.
Lei ha portato a Milano solo un vice, Roberto Robles. Con lo staff italiano trovato qui come va?
“Per la prima volta nella vita, ho trovato un intero gruppo di lavoro con un alto livello di amore per il club e voglia di imparare. Di solito ci sono litigi, gelosie, invidie”.
La sua giornata tipo?
“Vengo qui a Milanello alle otto di mattina ed esco alle sei di sera. Faccio un’ora di auto, aiuto mia figlia a fare i compiti, dormo e ricomincio. Sempre fatto così”.
Ma alla fine, che cosa conta per Sergio Navarro?
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“Per me non è importante il 4-2-3-1 o il 4-4-1-1 e penso che i dati, che ora vanno di moda, siano complementari ma non centrali, perché un gps non misurerà mai l’umanità, non dirà mai se un giocatore è forte. Per quello, servono gli occhi, il feeling a pelle, l’opinione di altre persone. Alla fine, conta l’amore: fidarci l’uno dell’altro, perché solo se sei al sicuro rendi al massimo”.