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Il CorSera propone una dura disamina sul ruolo di Zlatan Ibrahimovic e sulla recente rivoluzione societaria del Milan, partendo dal presupposto che l’ex campione svedese abbia convinto, o come dicono i maligni «intortato», il patron Gerry Cardinale. L'autore sottolinea che l'affidamento a Ibrahimovic potrebbe teoricamente essere un buon punto di partenza per la rinascita del club, poiché lo svedese conosce profondamente il calcio, una materia che Cardinale frequenta da pochi anni, e potrebbe bilanciare i concetti, i valori e le teorie societarie "made in Usa" che il proprietario vuole introdurre. Tuttavia, viene evidenziato un netto limite: finora l'apporto dello svedese è stato giudicato negativamente, quasi alla stregua di una «macchietta» o di una «comparsa inconsistente dietro la scrivania» fin dal momento del suo ritiro dal calcio giocato. Pur essendo l'unico a essersi salvato dal recente azzeramento dirigenziale operato lunedì da Cardinale, Ibrahimovic viene accusato di non aver esercitato un ruolo positivo o costruttivo fino all'atto finale dei licenziamenti collettivi, essendosi invece concentrato sul fare la guerra all'allenatore Massimiliano Allegri e al direttore sportivo Igli Tare, figure che parlano la sua stessa lingua calcistica e con una carriera solida alle spalle. A tal proposito, l'autore riporta con certezza le indiscrezioni sui forti attriti interni, dichiarando esplicitamente che «con Allegri, le smentite non servono, è arrivato alle mani: sono stati divisi da Tare», un dettaglio che svela anche la posizione da paciere ricoperta dal dirigente albanese prima del suo allontanamento. Viene inoltre criticata la sua gestione del tempo e degli impegni lavorativi: pur essendo a libro paga di RedBird, Ibrahimovic ha continuato a girare il mondo e, nel mese chiave per la ricostruzione del Milan, si troverà negli Stati Uniti a commentare il Mondiale, una scelta definita come un «fuori pista, addirittura un testacoda» rispetto all'obbligo di restare in sede a lavorare per la causa rossonera. Per enfatizzare la necessità assoluta di un impegno costante e quotidiano in questo delicato momento di ricostruzione, l'autore cita integralmente la celebre canzone di Adriano Celentano: «“Chi non lavora non fa l’amore”/ questo mi ha detto ieri mia moglie/a casa stanco, ieri ritornai, mi son seduto/niente c’era in tavola, arrabbiata lei mi grida che ho scioperato due giorni su tre/coi soldi che le do/non ce la fa più e ha deciso che lei fa lo sciopero contro di me…». Questo testo viene utilizzato come un inno ironico e commovente al lavoro per ribadire che la dirigenza deve darsi da fare in ogni settore e che Ibrahimovic deve rappresentare il primo mattoncino posizionato al posto giusto; in caso contrario, il rischio concreto è che Casa Milan possa crollare di nuovo, replicando quanto già accaduto con i precedenti azzeramenti di figure chiave come Paolo Maldini, Zvonimir Boban e Frederic Massara. In conclusione, l'autore ribadisce che quello del consigliere è un ruolo prezioso solo se produce idee e decisioni concrete, sollevando forti dubbi sulle reali capacità future dello svedese in questa veste dirigenziale.